Restauro I capolavori dell'arte e dell'architettura soffrono i danni del tempo e della natura. Ma le tecnologie per rimetterli a nuovo e proteggerli ci sono, un settore in cui l'Italia è all'avanguardia. Se ne discute a Ferrara in una serie di convegni, un'occasione per pianificare la ricostruzione dell'Emilia dopo il terremoto Può nascere dalle macerie un'edilizia più efficiente, sostenibile, antisismica. È l'altra faccia che emerge dal terremoto emiliano, dieci mesi dopo le lunghe scosse che hanno ferito o fatto crollare monumenti, edifici storici, abitazioni e capannoni industriali. Che hanno incrinato beni architettonici e opere d'arte e ora danno l'occasione, curandoli, di ricordare l'importanza della manutenzione preventiva. Circa 1.800 i beni vincolati danneggiati, tra cui 500 chiese; e poi musei, rocche, castelli, scuole, cimiteri. Proprio le macerie spingono a cercare metodi di ricostruzione all'avanguardia, protagonisti dal 20 al 23 marzo al quartiere fieristico di Ferrara del Salone dell'arte del restauro e della conservazione dei beni culturali e ambientali. Giunto alla ventesima edizione, quest'anno si concentra sulla ricostruzione, in particolare emiliana. Il motto è "dov'era ma non com'era" perché anche quando nel progetto di restauro l'aspetto e lo stile originari vengono rispettati, per evitare futuri cedimenti è inevitabile inserire modifiche strutturali. «È uno slogan che ricalca lo storico "come era e dove era", coniato per il crollo del campanile di Venezia nel 1902, ma l'esperienza ha dimostrato che un edificio messo in sicurezza non sarà mai come prima», spiega l'architetto Carla Di Francesco, direttore per i Beni culturali e paesaggistici dell'Emilia Romagna. «Le chiese e i campanili, per esempio, sono i più colpiti e la popolazione che vi è affezionata vorrebbe riaverli uguali. Ma molto dipende dai finanziamenti e dalla fattibilità: i luoghi di culto hanno strutture articolate e non si può recuperare tutto il materiale, servono materie prime e forme nuove. Se poi un edificio è collassato su se stesso, è complicato rimetterlo in piedi». Esclusa l'eccezione che conferma la regola. Come la torre dell'orologio di Finale Emilia, il cui progetto di ricostruzione sarà presentato proprio a Ferrara. «La Torre dei Modenesi è il simbolo di Finale, perché fa parte della fortificazione storica, per la popolazione è motivo di identità civica», racconta Di Francesco. «Ma allo stesso tempo è fatta con mattoni, un materiale recuperabile e che dà buone probabilità di avvicinarsi all'aspetto originario». In questo processo un gradino fondamentale è l'adeguamento delle strutture al rischio sismico. «Nel Modenese e nel Ferrarese si costruisce in muratura, con malte deboli. C'è bisogno di intervenire sulle fondamenta e sulle mura portanti, con tecniche di aggancio di coperture alle pareti, così che l'edificio risanato abbia una struttura più resistente a eventuali nuove scosse », continua Carla Di Francesco. «Il paradosso, e anche il problema, è che il sisma è avvenuto in una zona ritenuta sicura, dove il terremoto in teoria non era possibile», riflette Carlo Amadori, ideatore del Salone. «E l'Italia purtroppo è un Paese che affronta il problema solo quando la tragedia si abbatte, mai prima con la messa in sicurezza. Un approccio che comporterebbe lavori immani, che neanche consideriamo di attuare: dal dopoguerra lo Stato ha speso una cifra dieci volte superiore a quella necessaria per la prevenzione sistematica». A tappare il buco c'è la ricerca, che ha messo a punto cinque tecniche d'avanguardia che saranno svelate, e dimostrate, in occazione del Salone. «Nonostante la ricchezza dei nostri Beni culturali non ci sono risorse per valorizzarli. Ferrara è una città d'arte con un profondo appeal turistico, ma senza soldi non si può fare nulla», spiega Amadori. E anche di nuove forme di finanziamenti, magari privati, magari provenienti dall'estero, si discuterà negli incontri. E si parlerà dell'eccellenza delle competenze che gli specialisti italiani vorrebbero mettere a disposizione dei Paesi stranieri. «Non siamo secondi a nessuno nel restauro », rilancia Amadori. «Potremmo per esempio dare una grossa mano anche in India, in America Latina e in altri Paesi emergenti in cui ci sono molte contaminazioni straniere ed europee». Sotto la lente d'ingrandimento c'è infatti la conservazione e il recupero del patrimonio architettonico del Novecento, con le questioni della sostenibilità, della sicurezza strutturale e della manutenzione preventiva. «Discuteremo delle grandi architetture di Oscar Niemeyer in Brasile, di Le Corbusier in India e di quelle italiane in Argentina », continua Amadori. «Opere che hanno meno di un secolo e per le quali già si pone il problema del restauro. Si pensa che il cemento armato sia un materiale indistruttibile, ma in realtà non c'è nulla di più fragile perché è polvere impastata. Se non viene protetto e messo in sicurezza mostra presto le sue debolezze. La manutenzione è infatti indispensabile: andrebbe verniciato e impregnato con sostanze che lo rendono inattaccabile. Se viene abbandonato alle intemperie, darà dei problemi. Con danni, anche culturali, incalcolabili».