II progettista del Monumento in memoria degli ebrei di Berlino critica la voglia di protagonismo di tanti suoi colleghi L'architettura di oggi? «Schiava dei mass-media». L'Italia dei grandi progetti? «Niente rispetto a quello che sono statigli anni Sessanta e Settanta». Peter Eisenman o l'architettura come impegno sociale e civile, come voglia di suscitare discussioni, non ultima quella legata alla pubblicazione dell'edizione italiana del suo monumentale lavoro dedicato a Giuseppe Terragni (Trasformazioni Scomposizioni Critiche, Quodlìbet, pagine 304, 70). «Si finisce per parlare di lui come di un architetto fascista dice , ma non lo è: è stato un grande architetto che ha vissuto al tempo del fascismo». Quella dell'americano Eisenman (nato a Newark, New Jersey, nel 1932) sembrerebbe una sfida impossibile: dare nuovo credito ad un'architettura «che vada oltre gli schieramenti politici, che non sia assoggettata alle ideologie». Una sfida che potrebbe essere persino vinta. Bastipen-sare ai 1.800 studenti che, qualche giorno fa, hanno seguito una sua lezione a Città del Messico. Lo stadio degli Arizona Cardinals a Phoenix (68 mila posti che confermano la sua grande passione per il football soprattutto italiano) e la Città della Cultura a Santiago de Compostela (750 mila metri quadrati con due musei, due librerie e un'opera house) sono solo due dei lavori in corso allo studio Eisenman. Ad essere «sotto osservazione» è però oggi soprattutto il Monumento in memoria degli ebrei europei uccisi dal nazismo di Berlino, monumento che dovrebbe essere aperto al pubblico il prossimo 9 maggio, in occasione del sessantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale. Ma che è stato a lungo bloccato perché la resina che avrebbe dovuto proteggere le oltre 2.700 steli di cui si compone era risultata prodotta dalla Degussa, multinazionale chimica tedesca che già aveva partecipato allo sterminio realizzando quello Zyklon B abitualmente utilizzato nelle camere a gas di Auschwitz e di altri campi di concentramento. Passato il polverone, la Degussa è rimasta nel progetto (qualcuno aveva detto che «la sua presenza offendeva la memoria dei sopravvìssuti») e sono rimaste le polemiche, alimentate e sicuramente accentuate dal fatto che Eisenman fosse ebreo. In qualche modo una ferita ancora aperta per l'architetto che, dal suo studio newyorkese, tiene però subito a precisare che «nessuno si è voluto ricordare che questo monumento non è tanto per gli ebrei, quanto peri tedeschi». Accusando i suoi avversari di avere un 'unico comandamento, che lui non condivide in maniera assoluta: «Mai dimenticare, mai perdonare». All'inseguimento del suo ideale di «umanesimo progressista», lontano da ogni schieramento o etichetta politica, Eisenman afferma di «non volersi occupare di cose astratte ma della realtà, una realtà fatta di salde basi teoriche e quotidianità». Anche per questo Eisenman mette sotto accusa «la voglia di spettacolo che ha contagiato l'architettura» per cui «oramai i progetti si fanno solo perché vengano pubblicati con il massimo spazio possibile sui giornali o perché si possa farli vedere in televisione». E affonda: «troppa voglia di protagonismo» «tutto è enfatizzato: gli spazi, le dimensioni i rapporti. Non mi riconosco in tutto questo. La mia è un 'architettura alla Le Corbusier, qualcosa di fisico, mentale e visivo». Sotto accusa finiscono soprattutto due grandi come Gehry e Calatrava. Mentre tra isiwi maestri Eisenman colloca (in ordine sparso) Borromini, Palladio, Le Corbusier, Vignola. Tra i teorici preferiti troviamo invece Manfredi Tafiiri, Colin Rowe e Jacques Derrida con cui nei 1997 ha scritto «Chora L. Works» («mi ha fatto capire il valore del presente»). Ma subito, Eisenman allontana la discussione dalla pura teoria e dalla semplice architettura per riportarla a quella realtà che viviamo tutti i giorni: «Questo effetto di distorsione che ritroviamo in architettura è lo stesso che abbiamo provato l'11 settembre. La tv e i media ci hanno trasmesso le immagini di una grande tragedia ma l'hanno in qualche modo falsata». Subito arriva la frecciata sulla guerra d'Iraq: «Una guerra immorale, gli americani non hanno nessun diritto di moralizzare il mondo». A proposito dell'amata Italia, Eisenman dice infine: «Negli anni Sessanta e Settanta, con Aldo Rossi e Casabella, l'Italia è stata davvero il centro del mondo. Adesso non Io è più ma, d'altra parte, oggi non può esserci niente di simile in nessuna parte del mondo». Nonostante tutto, l'architetto conclude con un messaggio di speranza, destinato ai «suoi» giovani, a cominciare da quelli che abitualmente affollano le sue lezioni a Prìnceton, Cambridge o Harvard: «Seguire la passione, cogliere l'attimo, credere in quello che fanno: questo è l'importante. L'architettura viene dopo».
Eisenman: l'architetto non ha bisogno di etichette politiche
L'architetto Peter Eisenman critica la voglia di protagonismo dei suoi colleghi e l'architettura di oggi, che è considerata schiava dei mass-media. Eisenman sostiene che l'architettura dovrebbe essere un impegno sociale e civile, come voglia di suscitare discussioni. Ha recentemente tenuto una lezione a Città del Messico e ha parlato del suo progetto per il Monumento in memoria degli ebrei europei uccisi dal nazismo di Berlino, che è stato bloccato a causa della presenza di una resina prodotta dalla Degussa, multinazionale chimica tedesca che aveva partecipato allo sterminio.
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