La più grande reggia piemontese riapre rinnovata e riallestita con una mostra di venti dipinti del maestro Lorenzo Lotto e un ricco calendario di esposizioni da Paolo Veronese agli abiti di Capucci E svela l'incredibile: la copia del Bucintoro dei Dogi di Venezia, 14 metri di legni e oro del Settecento L'INAUGURAZIONE Ha riaperto, dopo due mesi, rinnovata e riallestita, e inaugura una bella mostra con 20 dipinti di Lorenzo Lotto, che affianca alla raccolta dei fiamminghi di Eugenio di Savoia (della Pinacoteca Sabauda, che si sta trasferendo), al «bucintoro reale» (unica copia, lo vedremo, di quello dei dogi veneziani), e presto ad altre esposizioni come una di Mattia Preti (curata da Vittorio Sgarbi), una di Paolo Veronese, le carrozze delle corti italiane, e cinquanta abiti di Roberto Capucci. «Con i 700mila visitatori dell'anno scorso, la Venaria Reale è tra i cinque luoghi d'arte più visitati nella Penisola - spiega Alberto Vannelli, che la dirige - e queste mostre sono un Viaggio in Italia, tutto nel medesimo sito: il più grande restauro in Europa da molto tempo in qua, 400 mila ore di lavoro, 200 mila mattoni solo per la facciata». La capacità della Reggia di mescolare proposte diverse, più e meno «alte» o popolari, un'«offerta» eterogenea e completa», permette un simile risultato. I CAPOLAVORI «Un maestro del Rinascimento, Lorenzo Lotto nelle Marche», è una mostra assai raffinata (a cura di Gabriele Barucca, cat. della Venaria), che raddoppia i quadri già esposti al museo Pushkin di Mosca, con alcune «chicche» assolute: il grande San Vincenzo Ferrer in gloria, alto oltre due metri e mezzo, da Recanati, non lo si vedeva dal 1953. E guarda molto a Raffaello, il maestro da cui, a Roma, Lotto viene sconfitto, perché il papa Giulio II della Rovere glielo ha preferito. Eppure, «come la bontà buono, e come la virtù virtuoso», lo diceva Pietro Aretino. Ci sono opere per la Santa Casa di Loreto, con accanto i loro personaggi che, uno ad uno, i nobili si fanno rifare, e vicini non era mai stato possibile ammirarli. La fortuna infelice abbattuta dalla fortezza è tela rifiutata dal committente veneziano, e venduta dall'artista a una lotteria. E la Presentazione di Cristo al Tempio, forse la sua ultima, non è nemmeno finita: per Berenson, un preannuncio di Degas o Manet. La conclusione è affidata a cinque ritratti, uno più bello dell'altro; il Gentiluomo con i guanti era stato comperato da Brera: nel 1860 lo vede re Vittorio Emanuele II e vuole rifonderne il costo. Dopo un salottino di Anna d'Orleans e Vittorio Amedeo II, ricostruito grazie a prestiti privati, dopo dei mobili dei Piffetti (il più famoso, la libreria, è al Quirinale), con un occhio ai bellissimi giardini e introdotti da un suo celebre ritratto a cavallo, ecco i dipinti fiamminghi di Eugenio di Savoia, collezionista e condottiero. Intere pareti ricostruite come erano al Belvedere di Vienna, il suo maniero, fino al 1736: quando il nipote vende tutto, a caro prezzo, a Carlo Emanuele III. Da Guido Reni a Gerard Dou, da Jan Brueghel dei Velluti ai «nordici» allora di moda, a Albani e a Cignani, ordinati da Carla Enrica Spantigati (act. Silvana): operazione possibile perché la soprintendente Edith Gabrielli sta trasferendo alla Manica nuova di Palazzo Reale la Pinacoteca Sabauda, in modo che il Museo Egizio possa raddoppiare i suoi spazi. PEOTA REALE Ma le attrazioni, si può dirlo anche in una sorta di «luna park dell'arte», non finiscono qui. Dopo il ritratto di un personaggio e un periodo, un sogno assurdo ma realizzato. I Savoia si fanno fare una copia del Bucintoro dei Dogi di Venezia, 14 metri di legni e oro, e resta l'unica del Settecento ancora esistente. Al traino di animali dalla riva, in un mese la trasportano fino a Torino sul Po, la usano anche in tre matrimoni. Qui è esposta in maniera giustamente scenica e teatrale. Narciso intagliato sulla prua; all'interno, il soffitto dipinto con una scena dei riconciliazione: papa Nicolò V incontra Amedeo VIII, un Savoia e un antipapa, e fanno la pace. «Restaurata nei laboratori di Venaria: per ottenere opere in prestito, ne offriamo il restauro», spiega Vannelli. Nel suo ufficio, facciamo un paio di conti. In totale, i costi annuali della Venaria sono di 15 milioni; «noi ci finanziamo per la metà, ed è già una quota discreta; di idee, ne abbiamo parecchie». E' un raro caso di unione di pubblico e privato, Regione e Compagnia di San Paolo. E lo Stato? «Si era impegnato a darci un milione e mezzo ogni anno». Ma paga? «Devo proprio dirlo?». Per favore sì. «Non ce li ha mai dati; siamo creditori di sette milioni. Ma da fine 2007, quando abbiamo aperto, per di qua sono passate oltre quattro milioni di persone». Se ciascuno facesse il proprio dovere ....