Disco verde ieri del Senato alla conversione in legge del decreto che prevede una serie di misure nel settore dello spettacolo. A favore i gruppi di maggioranza, contro l'Ulivo e Rifondazione. Il provvedimento prevede nella prima parte di tornare alla ripartizione annuale del Fondo unico per lo spettacolo (Fus), ripartizione diventata triennale alla fine degli anni novanta. Seconda finalità del decreto, l'abrogazione del regolamento sulle attività teatrali, risalente al 1999, resosi necessario per lo stallo, in Parlamento del disegno di legge in materia. Regolamento che è ora a regime. E che, secondo il governo, starebbe producendo «effetti perversi». Il governo aveva cercato di risolvere la questione con uno schema di nuovo regolamento, incappando nelle maglie della Costituzione: il Consiglio di Stato, infatti, ha eccepito che la materia rientra fra quelle che il nuovo articolo 117 attribuisce alla legislazione concorrente di Stato e regioni. Per aggirare l'ostacolo, il governo ha così varato un decreto-legge, abrogando in toto il regolamento. Cosa che ha destato qualche perplessità persino nel relatore, Franco Asciutti di FI: "Una mera abrogazione - ha sostenuto - rischia di determinare un vuoto normativo, in attesa della piena applicazione dett'art.117" applicazione i cui tempi di attuazione sono difficili da prevedere. L'opposizione è stata netta. Considera il provvedimento «centralistico e discrezionale». La diessina Vittoria Franco ha ricordato che, con il decreto, si prevede lo scioglimento della varie commissioni di settore che, sulla base di criteri trasparenti, giudicano il merito dei progetti presentati al ministero dagli operatori dello spettacolo. In base alle valutazoni fornite dalle commissioni, si delibera poi a chi erogare i fondi. "Che cosa succederà - si chiede - dopo l'approvazione di questo decreto, che rende il ministro arbitro unico ed esclusivo delle decisioni?". "In base a quali criteri - incalza l'esponente della Quercia - saranno ripartiti i fondi? Con quali modalità? Quanto tempo durerà questa sitwnont che tutti riconoscono 'di provvisorietà?". Per l'opposizione a queste domande non sono venute dal governo risposte convincenti. Un silenzio preoccupante, perché può significare che si va verso una gestione autocratica del ministro, a tempo indefinito. Rifacendosi proprio al Consiglio dì Stato, che ha espresso un parere negativo su un regolamento giudicandolo troppo centralista, non si riesce a capire perché si sia voluta dare a questo interrogativo una risposta con un decreto ultracentralista che non prevede alcuna concertazione con le regioni, con l'aggravante che non vi è nemmeno la possibilità di rinvio a regolamenti e che si attribuisce al ministro un potere esclusivo e discrezionale. L'Ulivo, con interventi di Fulvio Tessitore, ds, e Giampaolo D'Andrea, Margherita, si è dichiarato contrario al ritorno all'annualità dell'erogazione dei contributi. Il mondo dello spettacolo, hanno ricordato, aveva salutato con soddisfazione il passaggio alla triennalità, che consentiva una più agevole e tranquilla programmazione. Nessuna compagnia di spettacolo può sopravvivere con programmazioni annuali, hanno sostenuto, perché tutto diventa più precario. II ritorno all'annualità per il centrosinistra è un salto indietro che creerà incertezze, precarietà a confusione, oltre che possibili arbitri. Il sottosegretario Bono non ha negato l'esistenza di un problema, in merito all'interpretazione, per il settore dello spettacolo, dell'art. 117 della Costituzione, ma ha tagliato corto. Per il governo, il decreto, questo decreto, era l'unica strada percorribile. Urge, ha detto, la sua rapida approvazione. Senza se e senza ma.