DOMENICA, 17 MARZO 2013 LA REPUBBLICA - R2 CULT-Cultura Per raccontare le quali, però, non possono valere gli stessi criteri adottati per quelle di ieri Ecco perché In un paese come l'Italia in cui l'insegnamento della storia dell'arte è tenuto in scarsa considerazione, il problema della sua divulgazione attraverso gli strumenti di comunicazione di massa s'impone come una necessità. Così si spiega anche il rinnovato interesse intorno al tema, evidente in televisione. L'ultimo programma in ordine di tempo è Potevo farlo anch'io di Francesco Bonami su Sky, ma sono da ricordare anche Passepartout e Il capitale di Philippe Daverio e le Lezioni di Salvatore Settis dedicate all'arte classica tra passato e futuro in onda su Rai Storia. Tanti poi i libri che raccontano la storia dell'arte in maniera semplificata, quando non ironica. Se le mostre vengono sempre più spesso proiettate sugli schermi del cinema con iniziative speciali, la Rete ha ormai il suo museo virtuale in cui ricomporre a piacimento un percorso. Su questo argomento è difficile dire qualcosa di meglio di quanto scrisse Carlo Ludovico Ragghianti (1910-1987) in più di un cinquantennio di intensa attività pubblicistica. L'idea centrale che caratterizzò l'impresa di Ragghianti fu la differenza tra divulgazione e pubblicità (da lui chiamata "propaganda"): mentre la prima ha un valore di formazione morale, civile e politica del pubblico non diversa da quella che György Lukács (1885-1971) attribuiva alla letteratura, la seconda è invece anti-educativa perché mira esclusivamente all'affermazione di figure dominanti che basano e consolidano la propria ascesa sulla forza della retorica. In altri termini, mentre la prima si propone di sviluppare lo spirito critico del pubblico, la seconda è una manifestazione dell'infotainment mass-mediatico il cui scopo è di aumentare il capitale di visibilità di chi partecipa ai talk-show a scapito della conoscenza e del sapere. Ragghianti deplorava «una convinzione tanto ferma, sicura e irremovibile quant'è assolutamente e dolorosamente infondata, che d'arte s'intendono tutti e che non c'è bisogno perciò di una preparazione o di una competenza, come per le scienze». La sua prospettiva appartiene ancora al periodo antecedente al cosiddetto watershed, ossia spartiacque, degli anni Sessanta, i quali hanno dato il via a quella radicale destabilizzazione dell'intero orizzonte culturale dell'Occidente, di cui vediamo oggi il punto di arrivo. Le arti hanno svolto, come al solito, un ruolo di anticipazione, inaugurando quel nuovo regime di storicità che lo storico francese François Hartog definisce col termine di presentismo. In effetti, esiste una profonda discontinuità tra quella che si può chiamare "arte contemporanea" (dall'Impressionismo all'Informale 1860-1960) e quella che in mancanza di meglio si può definire come "arte di oggi" (prendendo a prestito un termine giapponese, gendai bijustu, che comprende tutto quanto esula dalla pittura di cavalletto, come perfomance, installazioni, streetart, body-art, video-arte ). Questa periodizzazione ha conseguenze rilevanti sul piano della divulgazione: non si può raccontare l'arte degli ultimi cinquant'anni nello stesso modo in cui è stata narrata l'arte precedente. La ragione di questa frattura sta nel fatto che nel corso degli anni Sessanta l'anti-arte diventa un aspetto essenziale del cosiddetto "mondo dell'arte". Sebbene il termine risalga all'epoca di Dada (1916-1920), è soltanto quarant'anni dopo che esso è legittimato ed entra a far parte del canone artistico. Prima dice Marcel Duchamp (1887-1968), che di tale svolta fu il promotore «le istituzioni e il pubblico se ne infischiavano completamente ». L'anti-arte è una produzione in cui l'aspetto autodenigratorio e autodistruttivo prevale sull'opera. Come ciò sia avvenuto e perché, resta un interrogativo cui è impossibile dare una risposta restando nell'ambito dell'evoluzione autonoma della produzione artistica. C'è tra l'arte contemporanea e l'arte di oggi un cambiamento di paradigmi, di codici, nonché di criteri di apprezzabilità. Il valore artistico non risiede più nell'artefatto, il quale molto spesso non esiste più, oppure è soltanto un pretesto, un segno, un'occasione. Per capire e spiegare l'anti-arte bisogna ricorrere a fattori extra-artistici, di natura religiosa, filosofica, mediatica, sociale, pedagogica, economica alcuni dei quali affondano le loro radici nelle fonti della cultura occidentale. C'è in primo luogo la pregiudiziale aniconica e addirittura iconoclastica che si è espressa non solo nella valutazione negativa espressa da Platone sull'arte, la quale essendo copia di una copia sarebbe di due gradi lontana dalla verità, ma con molto maggiore influenza nella diffidenza biblica nei confronti delle immagini viste come una strada che porta all'idolatria. Il sospetto religioso nei confronti dell'arte attraversa i millenni ed esplode con estrema virulenza nelle tendenze più radicali della Riforma protestante. Gli eredi sono i critici attuali della "società dello spettacolo". Paradossalmente è propria quest'ultima a trarre un tornaconto da questa critica, facendo dello scandalo provocato dall'anti-arte un fattore decisivo d'impatto pubblicitario: in questo modo l'antiarte esce completamente dal campo artistico e appartiene esclusivamente a quello della comunicazione. Un altro fattore molto importante è l'anti-intellettualismo educativo, il cui anticipatore fu Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che attraverso la glorificazione della spontaneità, dell'immediatezza e dell'improvvisazione espressive favorisce un atteggiamento ostile alla professionalità e alla produzione di opere durevoli. Infine non bisogna dimenticare due eventi-matrice d'impatto globale degli anni Sessanta, entrambi ostili alla concezione tradizionale dell'arte. Il primo è la Rivoluzione culturale maoista in Cina (1966-76), che portò alla distruzione e alla devastazione di gran parte del patrimonio artistico della Cina e alla persecuzione degli intellettuali. Il secondo è la rivolta studentesca parigina del Maggio 1968, che facendo proprio il principio secondo cui l'arte può essere fatta da tutti, indipendentemente dalle attitudini individuali, dallo studio e dalle capacità, favorì enormemente l'affermarsi di profondo risentimento nei confronti di ogni forma di eccellenza.