Il modello è quello adottato nei Paesi anglosassoni che premia chi finanzia le attività culturali con dei vantaggi fiscali. Un sistema diverso dal nostro (che è basato quasi esclusivamente sui finanziamenti pubblici a teatri, musei e orchestre), più «privato» e forse più efficiente visto lo stato dei conti degli enti culturali italiani. Tra le pieghe del provvedimento per la competitivita approvato venerdì dal consiglio dei ministri c'è anche un capitolo dedicato alle «erogazioni liberali in materia di beni culturali». In sostanza si prevede la deducibilità dal reddito di tutte le donazioni fatte da privati cittadini a favore di istituzioni pubbliche, comitati organizzatori, fondazioni, associazioni senza scopo di lucro legalmente riconosciute per lo «svolgimento e la promozione di attività culturali» oltre che per «la realizzazione di interventi specifici nei settori dei beni culturali e dello spettacolo». Un contribuente potrà quindi dedurre dall'imponibile le somme donate a una istituzione culturale, ad esempio il Teatro alla Scala, a un'orchestra (a patto che abbia già ricevuto finanziamenti del fondo unico per lo spettacolo) o a un museo, sia pubblico sia privato. E avrà diritto al vantaggio fiscale anche se parteciperà al finanziamento di un restauro. Spetterà al ministero dei Beni culturali guidato da Giuliano Urbani indicare, con un decreto che avrà cadenza biennale, i soggetti che avranno diritto alle erogazioni. «È dal 2002 che cercavamo di introdurre questa norma che risponde a una visione liberale del sostegno alla cultura - ha commentato il ministro Urbani -. Investire in cultura diventerà molto conveniente non solo in termini di immagine, ma anche sotto il profilo economico». Questo articolo del Ddl secondo Urbani servirà anche ad «avviare una grande quantità di restauri finanziati dai privati e ci aspettiamo pure un grande sostegno alle nostre più gloriose istituzioni musicali e teatrali». I vantaggi fiscali per chi finanzia la cultura esistono in realtà dal 2000, ma sono limitati alle imprese e hanno fino a oggi subito la concorrenza di altre forme di deduzione, considerate più vantaggiose dalle aziende. A due giorni dall'approvazione del decreto legge e del disegno di legge per la competitivita emergono particolari anche sulla parte che riguarda la ricerca. «Gli investimenti ammontano a 1.800 milioni di euro, pari al 30 per cento del fondo rotativo, e sono destinati al sostegno di attività e progetti di sviluppo delle imprese da realizzare anche in sinergia con soggetti della ricerca pubblica», ha detto il ministro Letizia Moratti ricordando i cinque obiettivi prioritari fissati dal decreto: «Aumentare gli investimenti in ricerca da realizzare nei settori strategici coinvolgendo imprese, università ed enti di ricerca e potenziando i distretti tecnologici; destinare il 10 per cento delle risorse previste per la ricerca alla formazione di giovani ricercatori e di personale qualificato per le imprese; prevedere investimenti da parte dello Stato in start up tecnologiche; infine, realizzare dieci programmi strategici di ricerca a sostegno sia della produttività dei settori industriali a maggiore capacità di esportazione o ad alto contenuto tecnologico, sia dell'attrazione di investimenti dall'estero». Per quanto riguarda le infrastnitture, ha assicurato il ministro alle Comunicazioni Maurizio Gasparri, entro la fine del mese saranno pubblicati i bandi per lo sviluppo della banda larga e Internet veloce nelle aree a minor reddito, «guardando come priorità all'impegno di modernizzazione nel Sud». Lo stanziamento sarà di 150 milioni di euro per il primo anno. Più in generale, il ministro per le Infrastrutture Pietro Lunardi ha precisato che i 750 milioni di euro stanziati dal provvedimento per la competitivita per i prossimi tre anni «sono un anticipo e recepiscono parte delle nostre richieste poiché dobbiamo dobbiamo sicuramente reperire altre risprse per poter arrivare nel 2005 ad almeno due miliardi di euro».