Sarà facile a chiunque dopo Bagnoli fare due più due a proposito di un sempiterno Sud di violenza, quello del brigantaggio postunitario, della renitenza alla leva, delle nostalgie borboniche restauratrici. Anche se tutti sappiamo bene che oggi le cose sono profondamente diverse. Il Mezzogiorno peggiore ha esportato sé stesso verso Nord e al riguardo circola una plausibilissima tesi secondo la quale i cantieri infiniti della autostrada Salerno-Reggio Calabria sarebbero stati il brodo di coltura delle "alleanze nell'ombra" fra imprese del Nord (con relative rappresentanze politiche) e la 'ndrangheta. Le cronache sono piene della espansione di quest'ultima forma di malavita organizzata in Lombardia, la regione più ricca e popolosa d'Italia che elegge Roberto Maroni a suo governatore. E la Sicilia? La Sicilia secondo gli ultimi dati Istat detiene con Campania e Calabria il triste primato di una disoccupazione giovanile che ha superato la incredibile soglia del 50 per cento, oltre a una situazione economica che vede assottigliarsi i già ristretti margini della spesa delle famiglie che costituisce ancora la maggiore se non l'unica fonte di sostegno della debolissima domanda interna. Ecco dunque riproporsi il triangolo Campania Calabria Sicilia come zoccolo duro di ciò che resta del problema del Mezzogiorno, un problema letteralmente scomparso dagli schermi, in particolare nel corso della recente sfortunata campagna elettorale. Sarà una mia deformazione professionale ma confesso che faccio fatica a seguire ragionamenti e proposte prive delle necessarie cifre per farvi fronte. Mettiamo i numeri accanto alle parole, insegnava Saraceno. Ma questa volta di cifre non abbiamo bisogno. Il Mezzogiorno e la Sicilia non hanno bisogno di altri quattrini, lo Stato non deve continuare a destinare nuove risorse al Sud, ammesso che ne disponga. Il Sud non ha bisogno di quattrini ma deve piuttosto imparare a valorizzare il proprio patrimonio di saperi, di beni culturali, di giovani valorosi muniti di titoli di studio, secondo le recenti ricerche della Fondazione RES. L'esperienza dei quattrini al Sud l'abbiamo già fatta ed è stato il disastro che tutti sappiamo. Qui non si fa l'impresa perché il mercato offre nuovi spazi, l'impresa si fa solo se c'è un contributo da lucrare, denari a fondo perduto da intascare. Questa è purtroppo l'imprenditoria del Sud, anche se in particolare in Sicilia in questi ultimi anni gli imprenditori sono riusciti ad esprimere rappresentanze di vertice di ben diversa levatura. Ma non basta: le masse che seguono non hanno ancora appreso la lezione e quindi è bene dire chiaro a tutti che la pacchia è finita, anche se le condizioni della finanza pubblica dovrebbero essere di per sé eloquenti al riguardo. Certo il fuoco di Bagnoli non aiuta l'esternazione di questi buoni propositi e fa ripiombare il Sud nel suo consueto baratro. Ma noi minoranze nel Paese e in Sicilia, i pochi che paghiamo le tasse e che crediamo ancora in questo nostro povero Paese dobbiamo farci forza e andare avanti, nonostante tutto.