Presentata ieri la denuncia dopo i controlli dei funzionari. Il padre superiore dei benedettini: "Sono all'oscuro" UN LENTO stillicidio durato anni, la Certosa è stata progressivamente spogliata dei suoi tesori. Sono sparite ben 200 opere d'arte. Mistero su chi le abbia rubate. Adesso la Soprintendenza, scoperto che la Certosa è stata lentamente depredata, ha chiamato i carabinieri. E ieri è stata presentata la denuncia dopo i controlli dei funzionari che hanno confermato il saccheggio. Il padre superiore dei benedettini cade dalle nuvole: «Sono all'oscuro». NON bastavano i saccheggi e le spoliazioni dell'età napoleonica, né i trafugamenti di preziose opere d'arte che si sono ripetuti nei secoli. Anche in anni recenti la Certosa del Galluzzo è stata depredata. Risulterebbero mancare all'appello, secondo una ricognizione della Soprintendenza ai beni artistici e storici, circa 200 opere, fra dipinti, sculture, oggetti e paramenti sacri. Poiché dal 1866 la Certosa è di proprietà dello Stato italiano, tutte le opere in essa conservate sono sottoposte a vicolo ope legis, automaticamente. Non possono essere vendute né spostate se non con l'autorizzazione delle autorità statali che vegliano sulla conservazione del patrimonio culturale pubblico. Invece alla Certosa decine di opere mancano all'appello. Se ne sono accorti i funzionari della Soprintendenza che con non poche difficoltà sono riusciti a svolgere il loro compito di vigilanza sul patrimonio della Certosa. Sembra che in un primo momento non siano stati fatti neppure entrare nel monastero o in alcune parti di esso. Faticosamente è stato compilato un catalogo delle opere scomparse. Infine ieri è stata presentata denuncia ai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale. Il campanello di allarme era risuonato anni fa, quando una impresa edile che non era stata pagata per i lavori eseguiti all'interno della Certosa aveva cercato di pignorare alcune opere d'arte in essa conservate. Dopo questo episodio abbastanza inquietante, la Soprintendenza aveva disposto le verifiche, gli esiti delle quali sono oggetto della denuncia. «E' una causa in corso. Non faccio dichiarazioni. Non è opportuno », si limita a rispondere la soprintendente Cristina Acidini. La Certosa di Firenze è un complesso monumentale che sorge sulla sommità di un colle chiamato Monte Acuto o anche Monte Santo, alle cui pendici confluiscono la Greve e l'Ema. Deve le sue origini a Niccolò Acciaioli (1310-1365), che apparteneva a una delle più importanti e facoltose famiglie di banchieri fiorentini e fece carriera presso la corte angioina, divenendo Gran Siniscalco del Regno di Napoli e Viceré di Puglia. Gli angioini furono grandi promotori dell'ordine certosino e finanziarono la costruzione di varie certose nel territorio del Regno di Napoli. Seguendo il loro esempio, nel 1341 Niccolò Acciaioli volle dare una Certosa anche alla sua città natale. Donò le terre sulle quali doveva sorgere il monastero e fornì le rendite necessarie per la costruzione del complesso e per il mantenimento dei monaci. Alla sua morte, nel 1365, la Certosa era quasi completa. Il complesso è formato da diversi edifici, fra i quali il monastero vero e proprio con la chiesa, la sala capitolare, la sacrestia, i chiostri, le officine e le abitazioni dei monaci e dei conversi, e il palazzo Acciaioli, che attualmente accoglie la pinacoteca. Nel 1958 i monaci certosini, che dovevano osservare una rigida clausura, furono sostituiti dai Benedettini cistercensi. E in quegli stessi anni la Certosa fu sottoposta a un completo restauro sotto la guida dell'architetto Morozzi della Soprintendenza, e fu aperta al pubblico. Nel corso dei lavori fu realizzata la pinacoteca, e qui furoprintendenza no collocati gli affreschi realizzati dal Pontormo, che si era rifugiato nella Certosa per sfuggire alla peste del 1523 e aveva decorato il chiostro grande dei monaci con un ciclo di affreschi detto "della Passione". Esposti all'aria aperta e all'umidità, gli affreschi si erano molto degradati e per questo furono staccati e spostati nella pinacoteca. Nel corso del Rinascimento, la Certosa si era arricchita di importanti dipinti. Nel 1810, dopo la soppressione degli ordini religiosi durante la dominazione napoleonica, furono asportate circa 500 opere d'arte, solo in parte restituite dopo il ritorno dei Lorena. La tavola dell'altare maggiore, una "Madonna e Santi" dello Starnina commissionata dallo stesso Niccolò Acciaioli, è ora divisa fra musei stranieri e collezioni private. Mai ritrovate le statuette del Giambologna trafugate dall'altare marmoreo. Nonostante i saccheggi e le spoliazioni, la Certosa è rimasta un prezioso scrigno di beni artistici. Ma, a quanto pare, ha continuato a far gola ai predatori di opere d'arte. Le reazioni Il responsabile dei benedettini: non ci hanno detto nulla Il padre superiore: "Sono all'oscuro" FONDATA dall'Ordine dei certosini a metà del '300, nel 1810 vittima della soppressione degli ordini religiosi e spogliata di centinaia di opere d'arte, solo in parte tornate al loro posto dopo il rientro dei certosini con i Lorena, nel 1818, di nuovo tolta all'Ordine dal Regno d'Italia con la soppressione del 1866, rimasta di proprietà dello Stato ma nel 1872 concessa ancora una volta in uso ai certosini, più volte restaurata, l'ultima alla fine degli anni '50 del '900, dal 1958 è retta dall'Ordine dei benedettini cistercensi. La Certosa del Galluzzo, non c'è dubbio, ha avuto una vita travagliata. Niente di strano, insomma, se il pesante apparato della burocrazia statale abbia forse perso qualche battuta, soprattutto se privo di risorse da destinare alle verifiche periodiche degli inventari e al personale necessario ai sopralluoghi. Potrebbe essere stato un problema completare l'elenco delle numerose opere contenute dentro il monastero, o anche confrontarlo con quello redatto dagli ordini religiosi, con cui le soprintendenze non hanno sempre avuto rapporti idilliaci. Fatto sta che adesso si scopre che circa 200 opere, fra dipinti, sculture, oggetti liturgici custoditi alla Certosa, hanno preso il volo, non si sa da quanto tempo e con la complicità di chi. Mancano all'appello, insomma, e non si sa dove si trovino. E la cosa stupefacente è che un problema tanto grave da portare a fare una denuncia e i carabinieri del Nucleo di tutela dei beni culturali a intervenire sul posto, sia del tutto ignorato da Roberto Guido Cinelli, da 23 anni padre superiore dei monaci benedettini della Certosa: «Io? Non so niente, sono all'oscuro di tutto, perché, che cosa è successo?» risponde al telefono con Repubblica. «Un elenco delle opere? Mi risulta che non c'è» sostiene, «dunque cosa c'è esattamente dentro la Certosa non si sa». La soprintendenza insiste «non ci ha mai detto nulla, a me non risulta niente, per quanto ne so io di opere d'arte non ne sono sparite, almeno in questi anni». (m. c. c.)