GIUSEPPE Voza, nel suo articolo pubblicato su Repubblica, ha aperto un dibattito ormai necessario cruciale per lo sviluppo della Sicilia sulla gestione del patrimonio culturale, ma è opportuno che la discussione si allarghi oltre la ristretta cerchia degli addetti ai lavori, spesso inclini a ricostruzioni retrospettive talvolta pigramente autoreferenziali. Il passato infatti non è sempre un giardino dell'eden cui affidarsi con sguardo nostalgico, e il presente non sempre è solo un cumulo di errori da spazzare via senza tentennamenti. E il futuro? Il futuro è già alla ricerca di nuovi equilibri e nuove soluzioni. L'abolizione delle Province, se avverrà, renderà infatti anacronistica l'organizzazione dell'amministrazione dei beni culturali siciliani nell'assetto delle leggi 80 e 116 del secolo scorso, offrendo l'occasione per riconfigurare il funzionamento della macchina regionale (soprintendenze, musei e gallerie, parchi), oggi modellata e condizionata dai confini territoriali delle Province. Confini artificiali, che spesso non coincidono con la connotazione culturale dei rispettivi territori, né con la coscienza storica e il senso di appartenenza delle popolazioni residenti. Come per il "distretto del barocco" in Val di Noto, che solo nella dimensione della "lista Unesco" ha ritrovato quell'unitarietà di segno e di immagine altrimenti negata dalla frammentazione di otto comuni divisi tra tre province, con inevitabili divari nella pianificazione mirata e puntuale degli interventi. O come per il parco di Selinunte e Cave di Cusa che vorremmo, cuore di un'area belicinaselinuntina che nel comune sentire ingloba parti dei territori di Trapani ed Agrigento ben oltre entrambe le sponde del Belìce. Ma l'esperienza avviata dal 2010 dai 26 parchi archeologici siciliani ha fornito una declinazione innovativa delle forme di gestione dei beni culturali, puntando ad un'offerta culturale più dinamica in sintonia con le esigenze e le trasformazioni del tessuto socioeconomico di riferimento, e i giudizi lusinghieri espressi a maggio scorso dalla stampa internazionale (Sunday Times, El Pais, Die Presse, New York Times) confermano la validità dei primi risultati. E il modello siciliano è stato esempio di metodo per il Ministero dei beni e delle attività culturali nel percorso di adozione delle sue "linee guida per i parchi archeologici", oggi norma valida per l'intero territorio nazionale in base all'articolo 114 del codice dei beni culturali e del paesaggio. Tutto risolto, dunque? Certamente no. Occorrerà studiare aggregazioni più omogenee degli ambiti territoriali, perfezionare un modello interdisciplinare che superi la separatezza di realtà relative a territori diversi e a diverso regime proprietario, realizzare una integrazione più razionale ed efficace, finora invocata solo a parole, tra strutture pubbliche e private, associazionismo ed imprenditoria, università e fondazioni private: come già oggi nella Rete Museale Belicina, che include i parchi di Selinunte e Segesta, vari musei civici, Legambiente, la Fondazione Orestiadi di Gibellina. È la strada da percorrere, e dovrà essere sostenuta da un turismo culturale attento alla specificità dei singoli territori, ricchissimi di possibilità. E da una viabilità e infrastrutture che non lascino galleggiare nel vuoto il centro dell'isola, che offre paesaggi ancora intatti, tesori d'arte come la dea di Morgantina nel suo bel museo e rari esempi di civismo colto e consapevole. I beni culturali e paesaggistici vivono "con" e "nei" territori, ne sono la traccia significante, e non tutto in Sicilia è ricompreso negli ambiti dei parchi; e la "tutela" è essa stessa occasione continua di scoperta, di ricerca, di crescita scientifica. La prossima agenda politica può dunque aprire una nuova "fase costituente" per le strutture che governano il nostro patrimonio culturale, ed è perciò auspicabile un'ampia riflessione. Purché non finisca come al coniglio bianco della favola di Alice, costretto a correre all'infinito inseguendo le lancette di un orologio che fa scorrere il tempo all'indietro.
UNA FASE COSTITUENTE PER I BENI CULTURALI
Il testo di Giuseppe Voza apre un dibattito sulla gestione del patrimonio culturale in Sicilia. Voza sostiene che la discussione sulla gestione del patrimonio culturale dovrebbe essere più ampia e non limitata a chi lavora nel settore. Egli sostiene che l'abolizione delle Province potrebbe offrire l'opportunità di riconfigurare il funzionamento della macchina regionale e di creare nuovi equilibri e soluzioni. Voza cita l'esempio dei parchi archeologici siciliani, che hanno fornito una declinazione innovativa delle forme di gestione dei beni culturali.
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