PRIMO PIANO L'esperto di Giorgione e di Laocoonte, già direttore della Normale, è un patito dei messaggi Archeologo insigne ma anche storico dell'arte, esperto di Giorgione e Laocoonte, normalista e già direttore della Normale, però due appelli in pochi giorni a Beppe Grilloe ai suoi perché si alleino col Pd sono troppi anche per lui. Salvatore Settis, classe 1941, calabrese di Rosarno (Rc) da quando mandò metaforicamente a quel paese Sandro Bondi e B., nei rispettivi ruoli di ministro della Cultura e premier in carica nel 2009, ha iniziato la stagione dell'impegno politico e, da allora, non s'è più fermato. Allora lo fece da presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, con toni perentori e indignati, contro i tagli di bilancio, blocco delle assunzioni, commissariamento delle soprintendenze. «Non posso essere connivente» aveva detto al ministro Bondi, aggiungendo di esser pronto «a dare battaglia in qualità di cittadino». Una promessa che hanno scontato in molti. «Per me l'antipolitica sono i mercati», spiegò, nel novembre 2012, a Micromega, l'organo di quell'ondata di riprovazione civica contro l'urbanizzazione, le grandi opere, a volte contro la modernità tout court. Un pensiero netto: per lo studioso dell'arte, i mercati sono appunto «la principale forza che è contro la politica». Ci andassero piano anche certi amministratori piddini, che magari si trovavano bloccato il Pgt o l'inceneritore a parlare di antipolitica: «L'antipolitica», chiariva il professore, «è quella, poteri occulti anonimi, non controllati né da Stati né da cittadini e che si circondano di un'aura di sacralità». Ne sa qualcosa il povero Matteo Renzi che, da sindaco, s'era fatto venire in mente di cercare un leggendario affresco di Leonardo sotto quello di Vasari che occupa tutta una parete del Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio. Operazione chirurgica, fori di pochi millimetri per sonde microscopiche. Di più, operazione approvata dal ministero, affidata a uno studioso italiano di un ateneo americano e sponsorizzata dal National Geographic, nessun onere per le casse pubbliche. Mal gliene incolse, al sindaco. Si beccò un documento di riprovazione, patrocinato da ItaliaNostra, in cui si accusava di «vandalizzare Vasari». Primo firmatario, lui, Settis. A Rep. spiegava che «occuparsi di beni culturali sembra ormai risolversi in una continua spettacolarizzazione, mirata su singole opere d'arte, o singoli interventi di restauro. Un fatto di costume che io giudico altamente negativo, perché orienta l'attenzione soltanto su operazioni di immagine, che riguardano dieci o venti monumenti di grande richiamo, lasciando che tutto il resto vada in malora». Ne sa qualcosa anche Giorgio Orsoni, sindaco di centrosinistra a Venezia, accademico illustre pure lui che, tapino, s'era messo in testa di utilizzare le fabbriche di Porto Marghera, deserto post-industriale abbandonato e bisognoso di bonifiche ambientali, per un progetto di un ottuagenario veneto famoso nel mondo: Pietro «Pierre» Cardin, che ci avrebbe realizzato il Palais Lumière, avveniristica torre in cemento vetro che aveva il pregio di portarsi dietro investimenti milionari e migliaia di posti di lavoro, diretti e nell'indotto. Il verdetto del custode dell'ortodossia architettonica e paesaggistica era stato senza appello: «Un ecomostro», in quanto la sua altezza danneggiava la skyline di Venezia. E con altri aveva scritto al presidente Giorgio Napolitano, invocando le tutele previste dalla nostra Costituzione, contro la quale la costruzione compiva, in qualche modo, un delitto. Mossa, quest'ultima, che nel dicembre scorso aveva preoccupato il grandecouturierfranco-italiano fino a bloccare il progetto e i molti milioni dovuti al comune di Venezia per l'acquisto dell'area. Timoroso di finire in una di quelle vicende «à l'italienne», che si sa quando inizia ma che poi non finisce mai, un veto via l'altro. Nel mirino di Settis è finito pure Enrico Rossi, governatore toscano. È accaduto due anni fa. Un'azienda di camper, la Laika di S.Casciano (Firenze), minacciava di lasciare l'Italia per il blocco della costruzione di un nuovo stabilimento a causa del ritrovamento di reperti archeologici durante i lavori. Rossi, invocato dalla Cgil, aveva scelto di spostare i reperti etruschi in blocco e salvare i posti di lavoro. «Quel trasloco è fuorilegge», aveva protestato Settis facendo valere qui tutta la sua autorità in materia. Ora, dal bacchettare i politici, l'archeologo è passato in qualche modo alla politica attiva. Prima di appellarsi ai grillini, Settis a gennaio s'era dimesso sdegnosamente dal Fondo per l'ambiente italiano-Fai, nel cui consiglio siedeva, dopo la decisione della presidente Ilaria Borletti di candidarsi con Scelta civica. Orrore: «Mario Monti ha tagliato le risorse». Quindi, probabilmente in virtù di tante battaglie comuni ai grillini in giro per l'Italia, ha preso carta e penna spiegando loro, di nuovo dalle colonne di Rep, che «dire no a un governo che facesse propri alcuni punti fondamentali della vostra battaglia sarebbe una forma di suicidio». «Se non ora quando?», s'era chiesto con i compagni di firma Remo Bodei, Roberta De Monticelli, Tomaso Montanari, Barbara Spinelli, Antonio Padoa-Schioppa. Meno diretto al M5s ma identico nella sostanza l'appello di domenica scorsa, sullo tesso giornale, stavolta col titolo «Facciamolo». Il governo ovviamente. Stavolta Settis era uscito dall'accademia, con lui Carlin Petrini, Jovanotti, don Luigi Ciotti, don AndreaGallo, Oscar Farinetti, Roberto Saviano, Michele Serra e addirittura Roberto Benigni. Intellettuali, artisti, imprenditori, come lui visionari autentici, capaci di leggere, nell'infernale esito paralizzante del voto politico, un disegno unitario: il governo si deve fare, si scrive perentoriamente, «nel nome della volontà popolare sortita dal voto del 24-25 febbraio». Il prossimo passo? Qualche maligno, sicuramente il solito accademico invidioso e poco incline all'azione, suggerisce che questo diuturno impegno di Settis da moderno civis, per la polis e contro i tanti, troppi minus habens che popolano il Bel Paese, possa portare a una candidatura al Quirinale. Un Dario Fo, più colto, più giovane e quindi più pugnace. Uomo della sintesi perfetta fra Grillo e Pierluigi Bersani. Se l'intesa scattasse, una candidatura naturale. Nel qual caso: de hoc satis. Ovvero il discorso è chiuso.
Primo firmatario? È lui, Settis. Pensa che la modernità e i mercati sono sempre malvagi
Salvatore Settis, esperto di arte e archeologia, è un critico della politica e dell'urbanizzazione. Ha scritto articoli contro i tagli di bilancio e le grandi opere, e ha anche bloccato un progetto di costruzione di un palais Lumière a Venezia. Ha anche criticato il governatore toscano Enrico Rossi per aver spostato reperti archeologici per salvare i posti di lavoro. Settis ha anche lasciato il Fondo per l'ambiente italiano-Fai dopo la decisione della presidente di candidarsi con Scelta civica. Ha poi scritto un articolo in cui ha chiamato i grillini a fare un governo. Ha anche invitato altri intellettuali e artisti a unirsi a lui.
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