Il «buco» più conosciuto è quello di piazza del Parlamento: un enorme vuoto edilizio dove è allestito, con l'incannucciata, un parcheggio per deputati: un orrore per i delicati equilibri estetici del centro storico che si tentò di riparare cinquant'anni fa con un concorso d'architettura. Per non fare nulla, si inventò un primo premio pari merito per tutti i partecipanti. E il «buco» è ancora lì. Ci sono tanti altri strani vuoti nel tessuto urbano di Roma: quello a destra della stazione Termini viene chiamato «il dente cariato», un'espressione che aggiunge inquietudine allo sconcerto per il degrado. Un caso di cui si parla molto in queste settimane riguarda lo spazio che si apre dal Lungotevere a via Giulia, di fianco al liceo Virgilio. Ma i «buchi» del centro, dovuti agli sventramenti mussoliniani, sono parecchi. Che fare? Per risolvere il problema bisognerebbe avere una visione d'insieme. Per prima cosa, occorre chiedersi: questi vuoti vanno riempiti o no? Si potrebbe lasciarli come sono, dopotutto ormai fanno parte del panorama cittadino come testimonianza dell'incapacità di Roma Capitale di sanare certe sue ferite urbane. Del resto, si parla da quarant'anni di «riqualificazione delle periferie» senza che in fondo sia successo niente. Si potrebbe al contrario decidere di colmare i vuoti con adeguate architetture per dare continuità al contesto. Ma il fare è più difficile del non-fare: nemmeno un progetto di Massimiliano Fuksas è riuscito a indurre alla riparazione del «dente» di Termini, che è ancora al suo posto. Per via Giulia, «la strada più bella del mondo», il discorso è delicato: vi si alternano palazzi d'autore (Bramante, Sangallo, Borromini, ecc.) e metterci mano non è facile. Paolo Marconi, che di restauri se n'intende, ha proposto di realizzare «com'era e dov'era» l'edificato precedente: una perfetta ricostruzione filologica. Il progetto sul quale si discute tanto, firmato dallo studio Cordeschi-Accame, sviluppa la concessione del parcheggio sotterraneo in un complesso edilizio che comprende spazi pubblici e privati in aperto collegamento tra via Giulia e il Lungotevere. I volumi (albergo, abitazioni, piccolo museo archeologico, area espositiva) restano in dimensioni coerenti con le preesistenze e la strada rinascimentale. Le facciate sono in laterizio romano. Approvata dalle sovrintendenze competenti e dalla direzione regionale per i Beni culturali, questa architettura sembra gradita perfino al Minosse della progettualità italiana, quel Giorgio Muratore che da Valle Giulia lancia di continuo i suoi strali su ogni opera, soprattutto se di celebri autori. Ora l'assessore del Centro storico, Gasperini, vorrebbe virare su un progetto mirato alla formazione artistica senza entrare tuttavia nei dettagli attuativi. Il lavoro di un architetto non deve piacere proprio a tutti (il Beaubourg di Piano fece scandalo, nei primi tempi, tra i parigini): basta che sia in regola e che esprima un serio impegno professionale. Se non si innesta la gara (al rinvio) tra chi ha l'idea più brillante e si resta nell'ambito delle soluzioni concrete forse i «buchi» potranno essere via via colmati e Roma vedrà risanate le sue ferite dentarie.