Alberghi, case, ristoranti, strade, muri e piazzole, discoteche: benvenuti al casinò Eolie, dove la pallina della roulette gira vorticosa e fa sognare i ras del cemento, i palazzinari e gli speculatori. Con una politica compiacente e un po' ottusa che rimane a fissare la pallina. Tre giorni fa dal tappeto verde del Consiglio comunale è uscito il numero 12. Dodici deroghe per dodici progetti del Patto territoriale delle isole Eolie non compatibili con le norme urbanistiche esistenti. Ora la palla passa all'Assessorato Territorio e Ambiente guidato dal forzitaliota Francesco Cscio, che dovrà tener conto anche dell'immediato ricorso al Tar già annunciato da Legambiente. E i consiglieri dell'opposizione di Lipari - con in testa Margherita e Ds -non hanno partecipato alla votazione di giovedì scorso, abbandonando l'aula e denunciando che a gran parte di questi progetti non è applicabile la deroga. Perché realizzati entro i centocinquanta metri dal mare e perché non vengono localizzate le aree a servizio (il cosiddetto verde attrezzato) e nemmeno viene allegato alcun schema di convenzione per le opere di urbanizzazione primaria. Ragion per cui - è la denuncia dell'opposizione - l'Assessorato regionale Territorio e Ambiente non potrà che negare la deroga, vanificando le aspettative degli imprenditori e mettendo a serio rischio i finanziamenti del Patto. Eh sì, perché è qui che si gioca la partita. Sui miliardi in arrivo che però rischiano di non arrivare. Con i finanziamenti per il grande progetto di riqualificazione delle Eolie (servizi idrici, fognari, raccolta e smaltimento rifiuti, approdi, collegamenti marittimi, realizzazione di centri di interesse per i turisti, ecc.) fino a oggi lasciati per strada. Mentre alberghi e villaggi (sempre da costruire con soldi pubblici) vengono tirati in ballo a ogni passo. Isole patrimonio dell'umanità Unesco, Piano paesistico. Da queste parti sembrano soltanto vane e gloriose parole. I soldi contano. E chissenefrega se l'Unesco minaccia di depennare le sette sorelle del vento dal suo prestigioso elenco. Ancora non si è spenta l'eco della boutade dello scorso autunno, quando le teste d'uovo della Regione Siciliana diedero il via libera a una bella speculazione nascosta dietro il progetto di otto alberghi per trecento posti letti nell'arcipelago. Il tutto in deroga al Piano paesistico e alle norme urbanistiche. Quella norma fece il giro del mondo e il mondo rise dietro la Sicilia e i suoi politicanti. Non risero però quelli dell'Unesco che tuonarono di brutto minacciando di andarsene e lasciare le Eolie in balia di governanti capaci di vedere non molto oltre il proprio naso. Dovette intervenire il Commissario dello Stato per sconfessare quel che il Parlamento più antico d'Europa era stato in grado d'inventarsi. L'assalto alla diligenza sembrava scampato. Ma qui è terra di frontiera. Pane e cemento e avanti. E se il sindaco di Lipari, Mariano Bruno di Forza Italia, ha sempre parteggiato per gli investimenti a tutto spiano, il suo assessore all'urbanistica Marco Giorgianni un paio di settimane addietro dichiarava: «Entro il 13 marzo saranno rilasciate quattro concessioni edilizie per realizzare alberghi e case vacanze». Detto fatto. Anzi. Ne sono già arrivate altre dodici. E in anticipo. E se le prime quattro sembravano avere le carte quasi in regola (il quasi da queste parti è d'obbligo) non è così per le altre dodici concessioni, zeppe di palesi irregolarità. Ma va detto che c'è stato bisogno della variante allo strumento urbanistico pure per il via libera alle quattro strutture di cui si vantava l'assessore. Si tratta del «Miramare» di Stromboli, un albergo che verrà riqualificato e ampliato, pur trovandosi nella fascia d'inedificabilità dei 150 metri dal mare, del «Gianluca» di Lipari, da costruire ex novo, dell'ampliaento dell'«Edilcisa» -sempre a Lipari - e infine del «Boungaville», anche questo da costruire ex novo a Lipari ma che comprende un recupero di un'area che puzza di abuso e riuso. Logico quindi che in un clima da salviamo il salvabile (o saniamo il sanabile) si facciano avanti in tanti. Pochi i rischi per gli imprenditori, che fra l'altro scommettono su soldi pubblici: regionali, nazionale ed europei. Tanto per non far torto a nessuno. E cominciano così a fioccare i ricorsi contro le (poche) volte che le legge viene applicata. Come il ricorso intentato dalla Pietro Barbaro S.p.a. contro la Sovrintendenza di Messina, per ottenere l'annullamento del provvedimento con cui la stessa Sovrintendenza (il 18 ottobre scorso) negava il rilascio dell' autorizzazione paesaggistica per la realizzazione di un bell'albergo termale nell'isola di Vulcano. Tra cavilli, vizi di forma e altro, il Tar di Catania qualche settimana addietro ha accettato il ricorso della Pietro Barbaro S.p.a., perché la Sovrintendenza non aveva competenza in questione. E se ciò non autorizza la ditta ad alzare muri e pilastri ma rimanda ancora una volta carte e scartoffie all'Assessorato ai Beni Culturali - guidato anche questo da un forzista, Alessandro Pagano -, lascia comunque pericolosamente aperta la porta del «proviamoci sempre». Tenta di fermare questa deriva Legambiente, che entra a gamba tesa nella tenzone con un atto dichiaratorio, nel quale rende noto che intende partecipare all'istruttoria delle parti interessate affinché vengano impedite «lesioni» al vigente Piano Paesistico delle Isole Eolie. E qui si chiude il cerchio. Perché, come sostiene l'avvocato di Legambiente Nicola Giudice: «Bisogna porre fine a questi balletti e far rispettare la legge. C'è un Piano Paesistico no? E il Piano regolatore delle Eolie (che giocoforza deve sottostare a quello Paesistico) che fine ha fatto? Perché non lo tirano fuori dal cassetto?» Già, è quel che si chiedono anche all'Unesco.