Ogni tanto mafia e camorra ci ricordano quanto nell'identità italiana contino quelli che chiamiamo «beni culturali». Nel 1993 fu con gli attentati all'Accademia dei Georgofili a Firenze, al PAC a San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro a Roma. Vent'anni dopo, la distruzione della Città della scienza a Napoli. Pur in un Paese con solo il 15 per cento di laureati e regioni con oltre il 13 di analfabeti, la criminalità organizzata sa quali sono gli obiettivi da colpire. Tutto ciò contrasta è già stato sottolineato con l'assenza dei temi della cultura nella recente campagna elettorale, ulteriore indicazione dello scollamento tra mondo politico e Paese. La salute culturale italiana dipende dall'azione pubblica e reclama interventi governativi, secondo una nostra tradizione secolare. Nasce invece la richiesta di «voltare pagina», ovvero di togliere al ministero per i Beni culturali la responsabilità di finanziare film e iniziative espositive lasciando tutto ciò ai privati, sciogliendo quel ministero. La proposta è presentata con titoli di scatola sul Giornale dell'arte da Benedetto Marcucci, già capufficio stampa del ministero da liquidare. Beninteso, alcuni suoi suggerimenti meritano una riflessione. Per esempio, la preparazione dei nostri funzionari deve essere oggetto di un programma di selezione e d'incoraggiamento alla formazione permanente. Aprire i concorsi anche a non italiani è pure giustissimo. Mentre, volgendoci ad altri campi, dubito che un film come «Cesare deve morire» si sarebbe potuto realizzare senza il sostegno della Direzione generale del Cinema. Da una campagna elettorale confusa sono emerse parole d'ordine di altri tempi e a quelle sessantottine si contrappongono altre come «privato è bello». Entrambe mi sembrano fuori della realtà, poiché è invece necessario un impegno serio e a tutti i livelli per condurre l'Italia alla quota degli altri paesi dell'OCSE e superarla. Più che mai la nostra ripresa è affidata alla cultura, e richiede la presenza attiva dello Stato.