Roberto Biscardini ex assessore «Milano è la porta d'accesso a tutta Italia, alla sua cultura e alle sue bellezze». «Se Milano non è attrattiva a livello internazionale, anche le sue istituzioni sono destinate a perdere rilevanza». Sono questi due passaggi del documento dei rettori milanesi sulla crisi del nostro Paese e sulle «ricette» per portarci fuori. A partire dalle potenzialità delle città e di Milano in particolare, che ha sempre saputo nel tempo cambiare pelle, integrandosi al meglio di volta in volta nello scenario economico internazionale. Nel corso del '900 si è trasformata più volte, dalla città «fordista» del dopoguerra ha affrontato la crisi degli anni 70 puntando su nuovi settori, la moda, il design e tutto ciò che faceva made in Italy. Ha saputo sperimentare un nuovo modello competitivo in cui le grandi qualità di sapienza artigianale si sono integrate in un nuovo modo di fare impresa, raggiungendo successi straordinari sul mercato estero. Poi sono venuti gli anni del terziario e della finanza, dell'industria dell'editoria e delle tv commerciali, della creatività e della cultura. L'ultimo periodo che qualcuno ha chiamato dell'alluvione immobiliarista ha interessato Milano in modo profondo, ma non sempre in un direzione virtuosa. Infine si è fermata e non a caso la classifica dell'attrattività per gli investitori internazionali, i cui parametri assieme all'economia avanzata sono l'ambiente e l'efficienza della pubblica amministrazione, la collocano al 38 posto dietro le grandi città del mondo. A questo proposito osserva giustamente Carlo Sangalli «non possiamo accettare la logica del declino». Occorre quindi una sferzata verso nuovi obiettivi e nuovi traguardi, aggiungendo alle eccellenze più consolidate il tema della qualità della vita e di un ambiente accattivante: quella qualità di cui parlava Stendhal quando diceva «Milano e per me il luogo dove ho desiderato costantemente vivere». Nella quale sia piacevole e conveniente lavorare e produrre, in un contesto che sappia fare della sua «bellezza» il know how decisivo per attrarre qui il nuovo ceto medio emergente dell'economia mondiale. È in questo quadro che il progetto di riapertura dei Navigli e della fossa interna rappresenta la leva principale. Il bello non effimero, non per mettere i pizzi alle mutande dell'esistente, né per seguire stupide mode, ma per costruire il fascino del nostro futuro. Il Naviglio bello perché bello, bello perché restituisce a Milano la sua identità, bello perché ridà l'acqua che le era stata tolta dal fascismo, bello perché ricuce i rapporti tra territori diversi. Una nuova grande occasione per rilanciare nuove ricchezze, creare nuove opportunità di sviluppo e occupazione.