SONO quasi quotidiane le lamentele relative alle gravi carenze che affliggono il patrimonio culturale e ambientale del Paese. E' continua la segnalazione di siti archeologici anche di primaria importanza maltenuti o abbandonati, privi di assistenza e di manutenzione, sottratti alla fruizione, di musei chiusi o in gravi difficoltà di gestione, di assenza quasi totale di indirizzo e di cura per il mondo della fruizione, di centri storici mal ridotti, di territori ricchi di preziosi valori naturali massacrati dal disordine e dagli abusi e così via. In generale l'amara conclusione che si trae da questa complessiva situazione negativa è che quel nostro patrimonio culturale e ambientale che è da primato nel mondo intero appare incompreso e negletto, certamente non considerato come volano di sviluppo, meno che mai come serio obiettivo programmatico di crescita dell'economia. Si giustifica, così, in tutta la sua evidenza, il disappunto espresso per il fatto che la Dea di Morgantina non «sia riverita da un numero immensamente più grande di visitatori» come al Getty Museum di Los Angeles in confronto con i 36 visitatori al giorno nel Museo di Aidone. Ma allora è stato un errore far tornare la Dea in Sicilia? Certamente no. E' stato sacrosanto, perché al di là di tutti i diritti accampati contro un'operazione di illecita esportazione, rappresenta una pietra miliare nella moderna concezione del bene culturale che vede il prodotto artistico intimamente connesso con il territorio di provenienza. E' per questo, soprattutto, che si ritiene sacrosanto il ritorno della Dea in Sicilia. Allora, bisogna registrare che all'importante successo dell'opera di recupero della Dea di Morgantina non ha corrisposto un'altrettanto valida condizione di proposta al pubblico se si confrontano il Paul Getty e il Museo di Aidone. Qui mancano i collegamenti stradali con gli aeroporti e le grandi vie di comunicazione, mancano gli alberghi, i punti di accoglienza, gli internet point e via di seguito, tutti quegli strumenti, cioè, che permettano anche al turismo nazionale e internazionale di poter godere di un importante momento di fruizione in Aidone come in molti altri siti della Sicilia, terra nella quale quelli che oggi chiamiamo Beni Culturali già nel 1700 erano ritenuti «il maggiore, il più bello e il più rimarchevole dei pregi della Sicilia». Ma come si può ottenere una fruizione degna di questo nome in Sicilia? Non certo concentrando in luoghi prescelti il fior fiore delle opere d'arte per offrire a milioni di visitatori la possibilità di ammirare a bocca aperta una Dea, un Satiro o un Mosaico. E' solo necessario dotare, in maniera razionale e sistematica i luoghi di esposizione, le architetture, i monumenti, i centri storici e i prestigiosi siti naturali, di possibilità fruitive non eccezionali come per "cattedrali della fruizione", ma compatibili con le varie realtà territoriali. Occorre creare una capillarità di offerte in rapporto alle realtà territoriali, migliorando i collegamenti viari e ferroviari esistenti, quelli con le isole minori così appetibili dal punto di vista turistico, agevolando gli operatori nella creazione di possibilità ricettive, lavorando anche sull'idea del cosiddetto "albergo diffuso" specialmente nelle aree dei centri storici. E, poi, è urgente migliorare i servizi nei musei e nei siti archeologici redistribuendo razionalmente il personale, incentivandolo e facendolo responsabilmente partecipe, come avviene in diversi paesi anglosassoni. Sono tutte cose queste, piccole e non piccole, realizzabili in tempi di crisi e di mancanza di risorse. La mancanza di risorse, però, non impedisce di avviare, a costo zero, un processo di soluzione per problemi di natura strutturale. Solo due esempi. Il primo, urgente e prioritario, è quello della rifondazione delle istituzioni preposte al settore come le Soprintendenze che dopo il riassetto del 2010 sono state letteralmente disintegrate con lo smembramento del territorio di giurisdizione in numerosi (26) mini e megaparchi archeologici e affini riducendo le Soprintendenze a funzioni quasi esclusivamente di tutela. Secondo esempio: i musei. Per decenni si è fruttuosamente lavorato nei grandi musei archeologici della Sicilia per dimostrare, far percepire come questi istituti rappresentino il naturale terminale della ricerca sul terreno. Tenere costantemente attivo il rapporto fra museo e ricerca significa offrire un esclusivo strumento di comprensione dei manufatti esposti e far conoscere, spingere il visitatore verso il territorio. Questa straordinaria funzione ha subito una improvvisa, incomprensibile battuta d'arresto in conseguenza dell'autonomia conferita ai grandi musei dell'Isola, rimanendo solo alle Soprintendenze e ai Parchi il compito della ricerca. Questa perdita da parte dei Musei del rapporto diretto e costante con il territorio di fatto fa venire meno la fonte prima dell'incremento delle collezioni, della "materia prima" cioè, che faceva dei musei lo specchio della ricerca sul terreno, riducendoli alle condizioni di qualsiasi museo di terra straniera. A noi pare evidente che per il miglioramento delle prospettive di fruizione modernamente intese, alcune revisioni strutturali siano possibili e non gravose per impegno di risorse, ma, forse, per impegno di volontà politica, per fare realmente, con attenzione e competenza, politica culturale e turistica.
LA DEA DI MORGANTINA E I NOSTALGICI DEL GETTY MUSEUM
Il patrimonio culturale e ambientale della Sicilia è in grave stato di degrado e negletto. Siti archeologici, musei e centri storici sono spesso abbandonati e manutenuti. La Dea di Morgantina, un importante sito archeologico, è stata restituita alla Sicilia dopo essere stata esportata negli Stati Uniti, ma il suo ritorno non ha corrisposto a un aumento della fruizione. Per migliorare la situazione, è necessario dotare i luoghi di esposizione di possibilità fruitive e creare una capillarità di offerte in rapporto alle realtà territoriali. Inoltre, è urgente migliorare i servizi nei musei e nei siti archeologici, redistribuendo il personale e incentivandolo.
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Bene culturale
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