Ponteggi, rovine, una città senza voci. Il centro storico dell'Aquila a quattro anni dal sisma è ancora disastrato, pur se diversi cantieri sono partiti. Tomaso Montanari il 5 maggio "convoca" tutti gli storici dell'arte nella città abruzzese perché vedano con i propri occhi, giudichino e si smuovano. Battagliero storico dell'arte che ha ad esempio portato alla luce il saccheggio alla biblioteca Girolamini di Napoli, fiorentino, professore associato all'università partenopea, 'convoca' i colleghi con il sostegno di Salvatore Settis, con l'appoggio di associazioni come Legambiente e la Bianchi Bandinelli,. "Senza distinzioni tra insegnanti, professori universitari, funzionari del ministero per i beni culturali o di altri enti, studenti, dottorandi, laureandi, pensionati", puntualizza. Come nasce questa iniziativa? Nasce dalla constatazione che la maggioranza degli storici dell'arte non ha visto l'Aquila dopo il terremoto quando il nostro mestiere è innanzi tutto vedere con i nostri occhi che sono lo strumento fondamentale di giudizio. Nessun servizio, filmato né articolo può rendere l'idea di cos'è il centro monumentale ancora a quattro anni dal sisma. Non esiste in occidente un complesso monumentale di tale qualità ed estensione ridotto così, in Europa non si vedeva qualcosa di simile dall'ultima guerra. Il primo punto è quindi portare gli storici del'arte all'Aquila per che esprimano un giudizio non mediato. Un modo per intervenire concretamente? Il secondo punto è che finalmente qualcosa si muove, dopo tre anni e mezzo, soprattutto grazie a Fabrizio Magani, l'attuale direttore del beni culturali in Abruzzo. Finché c'era il commissariamento col solito costume italiano era stato tolto ogni potere all'amministrazione ordinaria e quindi è stata la paralisi. Quando la direzione dei beni culturali ha potuto riprendere in mano la situazione questa si è sbloccata: ora ci sono 27 cantieri aperti, e da novembre, e altrettanti ne apriranno. Andranno fatte delle scelte sulla ricostruzione. L'anno scorso non c'era nulla, però ricostruire, più che restaurare, in un'estensione così vasta pone grandi problemi, talvolta radicali. Ad esempio buttare giù chiese e ricostruirle "in copia" come hanno fatto Varsavia o Dresda dopo la guerra? Oppure rifarne di moderne, nuove? Per quali edifici serviranno scelte radicali? Per esempio Santa Maria in Paganica: è una chiesa importante ma ancora scoperchiata. Due settimana fa ci sono entrato e si pattinava sul ghiaccio, con la neve sugli stucchi e i pilastri e il gelo che fa schiantare gli stucchi del '600. A titolo personale escludo l'abbattimento, però bisogna che la comunità scientifica che studia il restauro e la conservazione del patrimonio artistico metta L'Aquila al centro del discorso, anche come dibattito di idee. Non possiamo lasciare soli gli storici dell'arte della sovrintendenza aquilana, loro stessi cercano un colloquio.