Diecimila ore di lavoro (e una spesa di 800mila euro): così è stato restaurato a Firenze il capolavoro quattrocentesco FIRENZE L'insieme è mozzafiato. La bellezza dello spazio, la sindrome di Stendhal del panorama a 360 gradi, lo splendore del manufatto. Siamo in cima a Palazzo Vecchio, circondati dai merli della terrazza: sopra svetta la torre d'Arnolfo, sotto piazza della Signoria, la Galleria degli Uffizi, il profilo del Duomo, la cuspide del Battistero, Orsanmichele, Bellosguardo, il Piazzale, le colline di Fiesole, i tetti e tutto il resto, e dentro la solennità operosa della ex Sala della Bandiere, così detta perchè durante Firenze capitale ci finirono i vessilli dei comuni d'Italia. Nel mezzo appeso al soffitto un grande "quadro", sfolgorante di colori, irto di vertiginose traiettorie e inauditi dinamismi, la luce un gioco cromatico capriccioso e incendiario, come un fotogramma cinematografico, un fermo immagine ma in movimento, concitato, incalzante. Ma non si tratta di un quadro. E qui sta il bello e la sorpresa. Ma un po', come un imponente dipinto di oltre quattro metri per quattro, è diventato dopo cinque anni di lavoro, diecimila ore di impegno e 800mila euro di investimento (fra Sovrintendenza, ministero dei beni culturali, Ente cassa di risparmio di Firenze). I numeri sono importanti e fanno la differenza. Anche il peso, appena una ventina di chili. Siamo nel laboratorio dell'Opificio della Pietre dure, qui installato dal 1985, destinato al recupero e al restauro del "genere" arazzo, magnifica arte chissà perché ritenuta minore, riccamente documentata a Firenze ma vacante di una specifica sede di rappresentanza, e siamo di fronte al grande arazzo franco-fiammingo della Collezione Carrand, realizzato sul finire del Quattrocento dalla manifattura belga di Tornai. Rappresenta con estro prospettico e spettacolare vivacità narrativa la presa di Gerusalemme da parte dell'imperatore Tito nel 70 dopo Cristo. Custodito al museo del Bargello, il suo stato era critico. «Le condizioni di conservazione - hanno spiegato gli specialisti dell'Opificio - apparivano compromesse dall'eccessiva tensione della fodera che ne costituisce il supporto e da oscuramenti del colore e del disegno causati da sporcizia e accumulo di polvere». Ci volevano perizia, competenza, esperienza, determinazione e una squisita pazienza certosina. L'hanno avute i quattro restauratori coordinati da Clarice Innocenti che sono riusciti nell'impresa, restituendogli solidità strutturale, allentando le tensioni sulla sua superficie e riportando colori e figure alla loro originale luminosità. Così rivelata l'opera sarà esposta dal 23 marzo al 18 agosto al Museo del Bargello, fiore all'occhiello dei "Percorsi di meraviglia" che mostrano in pubblico per la prima volta altri tesori recentemente restaurati appartenenti alla collezione del museo fiorentino. Nell'occasione, dopo aver raccontato con passione il lungo lavoro di restauro dell'arazzo uscito nel 1480 dalla manifattura di Tournai, rispondendo alle domande dei giornalisti, il sovrintendente dell'Opificio delle Pietre dure Marco Ciatti, ha confermato che l'operazione di restauro del capolavoro incompiuto di Leonardo, l'Adorazione dei Magi, trasferito d'urgenza nei mesi scorsi dalla Galleria degli Uffizi ai laboratori dell'Opificio per porre rimedio al grave stato di deterioramento della pittura e per il quale erano stati stimati due-tre anni di tempo, procede regolarmente: «Niente nuove buone nuove, un po'di colore sta già affiorando, porteremo a termine il restauro nei modi e nei tempi previsti». Alla presentazione del restauro dell'arazzo della Colezione Carrand hanno preso parte anche la sovrintedente al Polo museale fiorentino Crsitina Acidini.