«IN questo genere, supera tutto ciò che è mai esistito» (Charles De Brosses, 1736); «fa in questo paese stordire universalmente ognuno che vede le sue opere» (Alessandro Marchesini, 1725); «niuno seppe più vivamente rappresentare gli oggetti, né con maggiore effetto» (Stefano Ticozzi, 1818); si può magari aggiungere che, delineando a memoria il Foro Romano, vent'anni dopo il suo celebre viaggio, attribuisce al Campidoglio dei comignoli d'indubbia fattura veneziana; e che in Inghilterra, dove le sue opere sono ben più numerose che da noi (e vedremo perché), è venerato come pochi altri, e la Regina Elisabetta II è la sua massima collezionista: con una mostra voluta dal Senato a Palazzo Giustiniani, Roma celebra Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto (1697-1768), artista ritenuto, già ai tempi suoi, assolutamente un genio. Un'esposizione davvero importante: organizzata da Bozena Anna Kowalczyk (da sola, dopo che è mancato il suo maestro, Alessandro Bettagno), ed assai ben allestita da Daniela Ferretti (evita che palazzo e opere si intralcino, o s'oscurino a vicenda), aperta da domani al 19 giugno ( Canaletto, il trionfo della veduta ; organizzazione di Civita, catalogo Silvana Editoriale), visitata ieri in anteprima dal Capo dello Stato, con i Presidenti di Camera e Senato. Vitali le collaborazioni della Compagnia di San Paolo e della Fondazione di Venezia, e l'appoggio di una decina di sponsor; la formano 31 dipinti di Canaletto e 33 suoi disegni, oltre a tre suoi album e ad altre opere di vedutisti veneziani d'allora, dal nipote Bernardo Bellotto, a Francesco Guardi e a Michele Marieschi. Il tutto proviene da 38 dei maggiori musei al mondo (dalle National Gallery di Londra e Washington, al Louvre, al Metropolitan) e tante collezioni private di particolare rilievo. Degno di nota che la Regina Elisabetta abbia prestato ben dieci disegni (dei 143 che possiede) e due delle sue numerose tele, nonostante Edimburgo ospiti una mostra in contemporanea: anzi, un dipinto in più proprio in onore di Bettagno. In sette sale al piano nobile del palazzo, sede della Presidenza del Senato, si succedono i panorami di Venezia e Roma, spesso rilevati con l'ausilio di una camera ottica; dipinti, acquerelli e disegni tutti del periodo maturo, dal 1723 al 1756: quando l'autore ha appena concluso i dieci anni londinesi, vissuti dove tutti lo richiedevano; esempi di grande e didascalica attenzione: piazza San Marco ha ancora la chiesa di San Geminiano, poi distrutta nonostante la facciata del Sansovino; e il Pantheon le torrette, che sarebbero poi state smantellate, e un doppio frontone che dalla piazza non si vede (e quindi l'autore è ricorso a un rilievo, «forse di Palladio, allora al massimo della fama», dice la curatrice); ecco il mercato di dipinti che, un paio di volte all'anno, si svolgeva davanti alla Scuola di San Rocco: e quasi certamente, una delle tele in vendita è sua, perché la pubblicità è da sempre l'anima del commercio. I dipinti che furono di Francesco Algarotti si mescolano ai moltissimi passati per le mani di Joseph Smith, console inglese a Venezia ma soprattutto suo massimo mercante; a quelli che i baronetti e i duchi inglesi allineavano, con grande fierezza, nei loro castelli e nelle loro ville. Moltissima Venezia e anche un po' di Roma: tutta l'area dei Fori, con i suoi monumenti, è puntualmente documentata. E si sa che Antonio Canal inizia collaborando con il padre scenografo nei teatri Sant'Angelo e San Cassiano della sua città (Venezia arriva ad avere 16 teatri; tra il 1637 e il 1700, produce 358 opere), per trasferirsi a Roma nel 1719, ad allestire due rappresentazioni di Alessandro Scarlatti al teatro Capranica; è qui che vede i monumenti classici, e al ritorno lo ritroviamo, per la prima volta, iscritto tra i pittori della Serenissima . Da quel momento, nasce, per prosperare quant'altre mai, la sua grande fama: in virtù dei suoi mercanti, ben più diffusa oltre la Manica che non in casa nostra. Così, le dita di una mano sono troppe per contarne i dipinti oggi presenti nelle pubbliche raccolte della laguna, e in quella reale inglese è invece confluita la vendita della collezione Smith a Giorgio III: oltre 50 sue tele e i disegni, pagati 20 mila sterline nel 1762. Due dipinti sono a Newcastle, feudo del duca di Northumberland (dove, di recente, è stato scoperto anche un Raffaello); un Capriccio , che è l'opera più antica in mostra (1625) e affianca la Basilica palladiana di Vicenza alla piramide di Caio Cestio e all'Arco di Costantino, è di Guido Angelo Terruzzi, il finanziere genovese che ha rilevato dalla Fiat Palazzo Grassi; un disegno documenta il parziale crollo del campanile di San Marco, colpito da un fulmine il 23 aprile 1745 (l'artista si fa cronista), giorno di San Giorgio, il protettore dell'Inghilterra, e perciò il console Smith vuole eternare il caso; nel 1742, vicino al Pantheon passa una carrozza dorata, che sembra quella di Cenerentola, trainata da due cavalli immacolati; «in certi casi, siamo anche riusciti a riunire dei pendant separati a fine '800», dice la curatrice: ecco, ad esempio, un raro interno («ne ha dipinti quattro in tutto», spiega lei) della basilica di San Marco, con scudi e stemmi, i mosaici, uno stendardo che inneggia a Verona fidelis ; in un Ponte di Rialto del 1727, si vede un gabbiotto: quello della Lotteria che, come tutti sanno, ha avuto i natali proprio in laguna. Aveva ragione André Chastel a chiamarlo «il maestro della topografia tradizionale»: che allora sia bentornato a Roma, messere.