Tra le "vittime" dell'alluvione del novembre scorso c'è anche il Parco archeologico Città del tufo di Sorano, ancora invaso da tronchi e detriti. Il Comune non riesce a garantirne la manutenzione e il sito, una meraviglia da salvare, dall'anno prossimo rischia la chiusura. Sorano, sos dell'Unesco e delle istituzioni: vie cave sommerse dal fango, lotta contro il tempo (e i tagli) per aprirle in estate SORANO L'alluvione da queste parti è come se non fosse mai terminato. A tre mesi e mezzo dal disastro che ha mietuto sette vittime, in tempi e modi del tutto differenti, nel conto della furia della natura è finito di diritto anche il patrimonio culturale invaso dal fango. Su tutti, il parco archeologico Città del tufo di Sorano, una meraviglia da 70 ettari complessivi da salvare a tutti i costi da tronchi, detriti e devastazione, ma che per ora è nelle stesse condizioni dei giorni dell'inondazione. L'allarme l'ha lanciato durante il convegno organizzato dal Club Unesco Grosseto Maremma al Polo universitario, il sindaco Pier Andrea Vanni (vedi anche a fianco), alla presenza del delegato del rettore Salvatore Bimonte, del presidente del club Sergio Vasarri. C'erano ovviamente anche archeologi, professori, e soprintendenti per la tutela dei beni architettonici, oltre al presidente della provincia Marras. «Quest'anno riusciremo ad aprire il nostro parco archeologico solo perché se ne occuperanno due addetti al servizio civile regionale ma per il prossimo anno, se non cambierà qualcosa, il sito potrebbe restare chiuso». Questione economica, di pura cassa: il Comune non riesce più, con le poche risorse a disposizione, a garantire la manutenzione ordinaria. «Figuriamoci quella straordinaria che circostanze come un'alluvione può portare con sè. Il parco lo gestisce il Comune direttamente, dobbiamo fare ancora molto per ripulirlo e renderlo accessibile». I ben informati parlano di oltre due milioni di euro per finanziare le opere della zona soranese e riportarle agli splendori. Il problema riguarda direttamente non solo il museo a cielo aperto del parco ma anche il Cavone di Sovana, a due passi dalla tomba Ildebranda, Sirena o Pola (per fortuna non intaccate dall'alluvione). Centomila euro intanto arriveranno dalla Regione per risistermare le vie Cave tramite la svuotatura e la rimozione di tronchi e fango. Ma il danno al patrimonio storico-artistico-archeologico, meta di moltissimi turisti, è di gran lunga superiore (a novembre si parlava di 550 mila euro) «Riuscissimo a terminare la ripulitura per l'estate sarebbe il massimo», dice Vanni. Le pareti soprastanti del Cavone e della via Cava di San Sebastiano, a Sovana, e della via Cava di San Rocco e San Valentino, a Sorano, avrebbero bisogno di una puntellatura. A giorni, una buona notizia, partiranno i primi lavori alla via cava di San Sebastiano. Il Cavone, però, non riaprirà prima dell'estate. Lì c'è troppo da fare ancora, serve tempo per tornare alla normalità. Essendo calata notevolmente l'antropizzazione delle campagne, è venuta a mancare anche la regimazione costante del territorio: per centinaia di anni le Vie cave sono state percorse dalla gente del posto che, quotidianamente, interveniva dove c'era bisogno, in particolar modo curando il deflusso delle acque. «L'ideale sarebbe formare un gruppo di operai "manutentori", specializzati, che controllino con sistematicità lo stato di salute di questi ciclopici percorsi, preservandoli dal rischio estinzione», ripetono gli esperti. Già, ma mancano i soldi e i progetti non avranno una via rapida.