L'ultimo giorno della direttrice prima della pensione «Scelte dissennate del Ministero: mi rivolgerò ai 5 Stelle» Non sarà improbabile ritrovarla dietro a una bandiera o in un comitato «no-Tav», in versione agit-prop. E con le tante istanze contro il ministero ai Beni Culturali, chissà che non sarà la politica ad occupare le sue giornate di pensionata. Di certo nel futuro di Franca Falletti non ci saranno più pale, trittici e dipinti antichi, pane di 31 anni di carriera alla Galleria dell'Accademia, dove giovedì 28 ha salutato il suo staff e riempito gli scatoloni. Stesso giorno dell'addio del Papa? «Ha copiato da me! Certo io al suo posto le scarpette rosse le avrei tenute». Al suo posto s'insedierà Angelo Tartuferi, per lui in fondo un ritorno in Via Ricasoli dove per 10 anni è stato suo vice. Crede che sarà salva la continuità? «La continuità sarà garantita dai miei 4 collaboratori: Marzia Marigo, Cristina Panconi, Francesca Ciaravino e Giorgio Angioloni. Spero che Tartuferi ne faccia tesoro, con lui ho lavorato bene e non ci dovrebbero essere sorprese». Cosa la preoccupa? «Il futuro dell'arte contemporanea in questo museo. L'ho voluta fortissimamente, sfidando gli animi tiepidi dei miei soprintendenti, che però lo ribadisco non mi hanno mai osteggiata. Né Antonio Paolucci, né Cristina Acidini. Mi sono sentita sola, tuttavia. Spinta dalla mia passione e dalla convinzione che l'arte contemporanea sia nel Dna dell'Accademia, con alcune mostre (per esempio quella su Bill Viola nel 2010, o Arte torna Arte nel 2012) sono riuscita a portare qui dentro tanti giovani che tra fondi oro e tele cinquecentesche mai avrebbero messo piede. Poi gli ho sciorinato il Trecento ( ride, ndr)». Il futuro della Galleria? «L'allargamento. Scoppia. È una questione che stava a cuore anche all'allora presidente Paolo Targetti, sostenuta da Luciano Modica, discussa e ridiscussa mille volte. La soluzione individuata era dilatare lo spazio della Galleria sconfinando negli ambienti dell'Accademia, anch'essa soffocata. Che a sua volta, potrebbe felicemente sistemarsi in quel grande contenitore vuoto di Piazza San Marco, una volta sede della Corte d'appello». Mastica d'arte contemporanea, dunque? «Mi piace molto. Non sono competente e non lo sono neanche i miei colleghi. Se penso alle parole di Antonio Paolucci, secondo cui l'arte è finita con Tiepolo. Perciò chi subentra a me dovrà avere l'intelligenza di affidarsi a critici d'arte di chiara fama, senza cedere alle pressioni locali rischio altissimo a Firenze che crede di essere l'ombelico del mondo tenendo d'occhio invece altre città, anche fuori Italia. La scelta di guardare oltreporta non è una diminutio, tutt'altro». Gioie e veleni... «La gioia di aver messo a segno la saletta didattica, quella degli strumenti musicali ( una lotta senza quartiere, ma ce l'ho fatta), la gipsoteca con Giorgio Bonsanti direttore, tutto il primo piano della galleria. Con i due bracci laterali dove, grazie ad Angelo Tartuferi e Daniela Parenti, hanno trovato collocazione i dipinti del '500, contemporanei a Michelangelo. Veleni? Tanti. Quelli causati dalla burocrazia. Una gestione scellerata quella del Ministero che in ragione di politiche anticorruzione fa dissipare tempo e risorse a noi che mandiamo avanti la baracca». Si spieghi meglio. «Se un dirigente vuole acquistare un computer o una lampada, dovrà passare dalla "Consip", la centrale acquisti della pubblica amministrazione, un magazzino web autorizzato dal ministero che propone la sua merce. Si rende conto? È una mediazione inutile, che spesso non esaudisce le richieste. E se poi abbiamo bisogno di una prestazione per la manutenzione dell'edificio dobbiamo rivolgerci esclusivamente alla ditta che ha vinto la gara. La quale, spesso, è costretta a subappaltare, in quanto il servizio richiesto può riguardare l'impianto elettrico come le pulizie ed è plausibile che non possano essere competenti per tutto, mentre noi avremmo le nostre ditte: si farebbe prima e meglio, anche risparmiando. Insomma, tutte le pratiche amministrative sono state moltiplicate negli ultimi anni, secondo un meccanismo contorto, perverso, che ci impedisce di sceglierci anche i collaboratori per le schedature». Ormai dovrà lasciar perdere. «Neanche per sogno, mi batterò a spada tratta, soprattutto per la riforma del pubblico impiego e, a bocce ferme, non appena si insedia il nuovo governo, parlerò con qualche grillino. Indirizzerò le mie energie per battere le grandi disfunzioni e le politiche dissennate dei Beni culturali». Allude anche ai finanziamenti per i Grandi Uffizi? «Già. Non ho gradito l'accordo che il sindaco ha fatto col Ministero, grazie al quale saranno i musei fiorentini a finanziare col 20 dei loro incassi, il cantiere». Matteo Renzi non le piace... «Non mi interessa esprimere giudizi sul suo operato in generale e sul suo papabile futuro di premier, l'ho detto e lo ribadisco: nello specifico Matteo Renzi ha sbagliato a sollevare il ministero dall'onere di finanziare i Nuovi Uffizi, stornando i soldi dalle casse dei musei fiorentini». Sulla questione con la sua collega Annamaria Giusti vi siete beccate da Giuliano da Empoli, nel 2011 assessore alla Cultura, l'epiteto di vecchie zie... «Ci ha accusate di immobilismo. Un attacco infondato e, sul piano dello stile, maschilista. No, non brucia, non ha mai bruciato. Figuriamoci». Dica la verità, è tentata dalla politica? «Non ne ho le caratteristiche e poi io mi occupo di cultura. Né mi interessa parteggiare. Però dico che non si può permettere ai Beni culturali di non fare concorsi da vent'anni. Siamo alle corde ormai. Nel giro di pochi anni andranno in pensione molti miei colleghi e non c'è nessuno che potrà sostituirli. Questa è una politica figlia del governo di destra per favorire alla fine le Fondazioni quale unica soluzione per la gestione dei Beni culturali. Ma sull'altra sponda, abbiamo visto in anni di governo di sinistra, politiche mortificanti per la cultura, volte al livellamento, totalmente miopi davanti alla meritocrazia. Non siamo tutti uguali, sono i punti di partenza che devono essere uguali».