Il 18 gennaio l'area più estesa e più ricca di monumenti dello scavo archeologico di Sibari, Parco del Cavallo, è stata sommersa sotto 4-5 metri d'acqua per incuria, per cialtroneria e per incapacità di chi doveva sorvegliare il Crati, il sistema idro-geologico e gli argini del fiume. Il teatro, le terme pubbliche, la grande strada lastricata e le case che vi si affacciavano con i loro mosaici e le loro pareti affrescate sono stati coperti d'acqua e di fango. Il lavoro compiuto da archeologi di tutto il mondo, iniziato sistematicamente negli anni '60, ha rischiato di andare perduto così come i milioni di euro spesi dallo Stato per riportare alla luce, per mezzo degli scavi archeologici, la vita quotidiana, i costumi, gli usi religiosi, l'economia, la politica dei nostri ascendenti, dei nostri antichi morti. Quale migliore occasione di questa avrebbe potuto esserci -per lo Stato, per la Regione e la Provincia- di varare un intervento d'urgenza che impiegasse, subito, centinaia di giovani nell'opera di ripristino e consolidamento degli argini, di sgombero dal fango, di restauro, di pulizia e di scavo di emergenza delle strutture antiche della città? Sono passati giorni senza che, ad esclusione dei Vigili del Fuoco e dei volontari della Coldiretti, alcuno intervenisse in aiuto alla Soprintendenza. C'è voluto un appello lanciato dalle colonne de "il Quotidiano della Calabria" dal suo direttore, Matteo Cosenza, da chi scrive -insieme a colleghi dell'Università della Calabria come De Sensi, Taliano Grasso, Teti, Trumper e altri studiosi di fama internazionale quali Settis e Guzzo- firmato da più di mille persone, fra studiosi e cittadini comuni, per smuovere l'opinione pubblica calabrese e nazionale e, di conseguenza, i governanti. A quel punto non hanno potuto fare a meno di intervenire, perlopiù sotto forma di passerelle elettorali, e di costatare l'enorme danno provocato dall'incuria e dal dolo alle strutture antiche. È stato soprattutto per merito, però, del ministro Barca, l'unico ministro tecnico attento alla vita reale di questa nazione, che è stato varato un primo intervento di somma urgenza da 300.000 euro per avviare la pulizia ed il ripristino del Parco archeologico. Una cifra che basterà appena a riportare di nuovo in luce le antiche strutture e a verificare quali e quanti danni l'esondazione ha procurato alla città antica. Ci vorranno molto tempo, molte risorse umane ed economiche per scavare di nuovo, ripulire, restaurare le strutture antiche sottratteci, di nuovo, alla vista e alla coscienza. Noi calabresi, noi italiani dovremo fare il possibile perché non accada che gli scavi archeologici di Sibari, dopo l'emergenza, vengano dimenticati, dobbiamo incalzare le Istituzioni di questa regione e di questo paese perché venga scongiurato il pericolo della lenta, ma definitiva scomparsa di uno dei più importanti siti archeologici del Mediterraneo. Un primo passo per evitare che ciò avvenga è stato mosso dal Dipartimento di Studi Umanistici dell'UNICAL, diretto dal professor Perrelli, che ha avviato una collaborazione con la Soprintendenza archeologica della Calabria, nella persona del Soprintendente dottoressa Bonomi, per contribuire a ripulire e ripristinare gli scavi di Parco del Cavallo. Gli insegnamenti di "Metodologia della ricerca archeologica" e di "Topografia antica" del Dipartimento tenuti, rispettivamente, da chi scrive e dal collega Taliano Grasso- hanno messo in cantiere un progetto di "Tirocinio formativo attivo" che permetterà ad una quindicina di studenti calabresi di archeologia di intervenire in soccorso del loro, e del nostro, patrimonio culturale con la supervisione anche della dottoressa Luppino, responsabile dell'Ufficio scavi di Sibari, e del dottor D'Alessio, funzionario del medesimo ufficio. Da lunedì 25 febbraio questi studenti -con il concorso dei loro professori, degli operai, dei restauratori e degli archeologi della Soprintendenza e delle ditte appaltatrici- cercheranno di dimostrare che i calabresi sono in grado di farcela, sono in grado di ribaltare i luoghi comuni stratificatisi come una maledizione su questa terra e sui suoi abitanti che sarebbero incapaci di ideare il proprio futuro, incapaci di avviare lo sviluppo della propria regione. Noi tutti abbiamo ritenuto nostro dovere intervenire non solo perché è il nostro ambito di ricerca, ma, soprattutto, perché non vogliamo assistere alla scomparsa di un altro pezzo della nostra storia, della nostra terra e della nostra identità.