Il 31 marzo di cento anni fa se ne andava uno degli uomini più ricchi e più potenti della terra: i suoi ultimi 20 giorni li passò malato nella suite reale del Plaza assediato da venditori e antiquari e assistito da luminari statunitensi e italiani La camera ardente fu organizzata nella hall dell'albergo con un picchetto militare: arrivarono quattromila lettere di condoglianze UNA STORIA INEDITA DI CUI NON C'È TRACCIA NEI MEMORIALI DEL GRAND HOTEL AMATO DA MASCAGNI E D'ANNUNZIO IL LIBRO Giusto cent'anni fa, uno dei più potenti sulla terra veniva a Roma per morire: John Pierpont Morgan, tra i cinque più ricchi al mondo. La sua banca, la J.P. Morgan, c'è ancora: dal 2000, fusa con la Chase Manhattan. La sua biblioteca è a New York, 36esima street: la Pierpont Morgan nata nel 1906, pubblica dal 1924, ed è da poco ingrandita da Renzo Piano. La sua collezione d'arte (Leonardo e Michelangelo, Picasso, Rembrandt e Rubens) era valutata 60 milioni di dollari; preziosissimi gli incunaboli e libri antichi: è la sola a detenere tre delle 49 Bibbie di Gutenberg superstiti, il primo volume a caratteri mobili del mondo. Possedeva la maggior compagnia di navigazione, la White Star (quindi, anche il Titanic), e due volte aveva salvato gli Usa dalla bancarotta: per alcuni, è il secondo miglior manager di sempre. Aveva creato la U.S. Steel Corporation, comperando nel 1901 le acciaierie di un altro «squilionario», come li chiamava Bernard Berenson, Andrew Carnegie. Amava Roma (ci veniva ogni anno per acquistare arte), e l'Egitto; passava regolarmente le acque a Aix-en-Provence. Aveva 75 anni, e i suoi giorni estremi sono stati ricostruiti in un libro da Hans Tuzzi (Morte di un magnate americano, Skira, 170 pag., 15 euro). Era tra quei miliardari americani che hanno fatto razzia di tesori artistici nel vecchio continente: ottomila oggetti sono al Metropolitan. IL QUARTIER GENERALE Fin da giovane, JPM soffriva di depressioni e turbe psichiche. A inizio 1913 era andato in Egitto: la solita crociera sul Nilo, sul suo panfilo con moglie, quattro suoi amici, il fido cane pechinese Schun. Dopo due settimane, si era accorto di star male: aveva voluto lasciare il Paese musulmano. A Roma, arriva il 10 marzo. Fino alla morte, il 31, il suo quartier generale sarà la suite reale, otto stanze da letto e 500 dollari al giorno, del Grande Albergo. Ora è il Grand Hotel Plaza. Al portone, facevano ressa antiquari e venditori: ma stavolta, nessuno gli era ammesso. Continui consulti medici di luminari americani e italiani. È fatale la «dispepsia psichica». In quel mese, riceveva in media 500 lettere al dì; alla morte, 4 mila di condoglianze, la Borsa di New York chiusa per due ore. Il ritorno, degno di un re. La funzione nella hall del Plaza; un picchetto militare; in treno a Parigi, poi a Le Havre; altri onori armati (scrive il Figaro: «Nessun americano ha ricevuto dall'Europa altrettanti segni di rispetto, nessuno avrebbe meritato simile omaggio»); il rimpatrio sul France, transatlantico peraltro suo. Un tappeto di cinquemila rose scarlatte nella Biblioteca alla 36esima strada: lo attendeva Belle Da Costa Greene, sua collaboratrice (e forse più) da quando aveva 22 anni; dirigerà la Library fino al 1948. LA STANZA DI MASCAGNI Perfino al Plaza tutto questo lo ignoravano. Eppure, sono assai legati alla storia dell'edificio e dell'hotel. Nasce nel 1837, come palazzo del conte Antonio Lozzano e presto, diventa banca. È acquistato da due fabbricanti di carrozze di lusso, Neiner e Bussoni, che nel 1860 lo trasformano in albergo. Dieci anni dopo, vi s'installa il generale Tullio Masi: uno dei luogotenenti del generale Raffaele Cadorna, comandante della Presa di Roma. Spesso, vi erano ospiti i Principi di Piemonte, poi ultimi sovrani d'Italia: venivano a vedere il Carnevale. «La suite era forse al VI piano, ma non c'è più. Invece, resta quasi intonsa la stanza dove, dal 1927 al '45 quando muore, vive Pietro Mascagni». E c'è ancora, all'inizio dello scalone, un leone, l'antico l'ingresso dell'albergo; anche l'ascensore è in buona parte quello originale. La hall, sontuosissima, è firmata nel 1930 dall'architetto Armando Brasini, chiamato «archi e colonne». L'albergo è subito di quelli più «à la page»: non per caso lo sceglie Pierpont Morgan. Nel 1866, Pio IX Mastai-Ferretti, vi rende visita a Carlotta, moglie di Massimiliano d'Asburgo. Nel 1926, vi dimora Gabriele D'Annunzio. Mezzo secolo dopo, abiterà e riceverà qui Gianni De Michelis, epigono delle glorie del luogo, prima che Mario Monti lo scelga per presentare il programma elettorale. A lungo è stato famoso il suo portiere, Luigi Esposito. Le tappezzerie, di Renzo Mongiardino; Luchino Visconti vi ha girato L'innocente e Telefoni bianchi; Francesco Rosi delle scene di Dimenticare Palermo; Franco Zeffirelli, talune di Un thé con Mussolini. Questo, te lo raccontano. Però, l'epopea di Pierpont Morgan era ignota perfino a loro.
J.P. Morgan, morire a Roma
Il 31 marzo del 1923, John Pierpont Morgan, uno dei più ricchi e potenti uomini della terra, moriva a Roma. La sua morte fu segnata da un'atmosfera di lusso e rispetto, con un picchetto militare nella hall del Grand Hotel Plaza, dove era stato ospitato per i suoi ultimi giorni. La sua stanza, ora occupata da Pietro Mascagni, era stata una delle più famose dell'albergo, con una hall sontuosa firmata dall'architetto Armando Brasini. La sua biblioteca, ora alla 36esima strada a New York, era una delle più grandi e preziose del mondo, con una collezione d'arte che includeva opere di Leonardo, Michelangelo, Picasso e Rembrandt.
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