OPERA DI CAMBELLOTTI CON FIGURE DI DONNE UN PO' DISCINTE, FURONO GETTATI IN DISCARICA POI RECUPERATI DAVANTI AL MUSEO MONTEMARTINI LA STORIA La Centrale Montemartini, all'Ostiense, è la prima pubblica nell'Urbe ad aver prodotto elettricità (in azione dal 1912: giunta Nathan), e un esempio dei più straordinari di museo, assolutamente troppo poco noto, con le 400 statue antiche, già dei Musei capitolini, e i due immensi motori diesel, gemelli di quelli del mitico transatlantico Rex che vinse, Anni 30, il Nastro azzurro per la traversata atlantica più veloce. Davanti alla Centrale così trasformata, ci sono due lampioni, la cui storia è tanto singolare quanto ignota ai più. «Inizio Anni 80», spiega Giorgio Muratore, docente ad Architettura, a Valle Giulia; «si stava appunto recuperando quella centrale; quasi non si capiva nemmeno che era stata abbandonata: entrando, sembrava che il lavoro si fosse concluso appena la sera prima: c'era proprio tutto». Muratore mandava i suoi allievi nelle pubbliche discariche: a fotografare, e, magari, scoprire. «Uno, che si chiamava forse Ariganello, torna con un'immagine: pezzo arrugginito, con forme di donna, panneggiate e bellissime. Si vedeva la parte di una firma in un angolo, che ci mette in sospetto. Lo mando di nuovo lì, era verso il Cinodromo, chiedendogli di sgombrare gli sterpi, e approfondire». E così, tutta la storia, avvincente e insospettabile, viene ricostruita. PRIMA OPERA Duilio Cambellotti (1876-1960), grande artista e già un precursore dell'Art Nouveau, era alle prime armi. «Forse, questa è la sua opera d'esordio: andava ancora a scuola, al San Michele, dove la povera gente imparava un mestiere». Vince il primo concorso: otto pali per il tram, destinati a via Cavour. Aveva inventato le forme: ma per la fusione, si rivolge al laboratorio dei Coppedé, altri architetti assai famosi, a Firenze. Ma il tram ha vita effimera. Allora, da via Cavour (per assonanza dei nomi?) i pali sono destinati all'omonima piazza. «Guglielmo Calderini, nel 1911, aveva appena concluso il Palazzaccio, Palazzo di Giustizia; e i due bracci dei pali tramviari non gli servivano; così rifà lui il loro pastorale, con cui terminano». Insomma, un'opera firmata da tre nomi celebri: Cambellotti, Coppedé (ricordate il loro quartiere?), Calderini. Il quale si butta nel Tevere dal suo Palazzaccio, vero? «E' leggenda metropolitana; è morto nel suo letto. E l'edificio, tanto vituperato, è tra i pochi con una scala europea: simile a quelli delle grandi città come Bruxelles, Vienna e Zurigo». Dopo, i lampioni spariscono anche da lì: destinati a un deposito a cielo aperto. Succede nel 1950; e il sospetto che, per l'Anno Santo, le sue figure di donne un po' osée, procaci e discinte, destassero imbarazzo, è, per lo meno, alquanto avvincente. «Quando abbiamo ritrovato alcuni di quei lampioni, e non tutti, ci è parso logico che la loro collocazione dovesse essere davanti alla Centrale: del resto, sono entrambi capolavori del medesimo periodo». TRAVERSIE Semplice e intuitivo, no? Meno di quanto non si creda. Il primo intoppo, è il loro colore. Qualcuno voleva dorarli: pratica fittizia e falsificatrice, che nulla c'entrava con la realtà, con la storia. «Mi sono fatto mandare i registri degli acquisti dell'Acea: per ricostruire la composizione della loro miscela originale; era di tinta verde-nera». Del resto, allora, qualcuno intendeva anche riverniciare i due motori della Centrale con finti colori: «A una riunione, un funzionario depositò davanti a sé un foulard. E ad un certo punto disse: è del mio direttore generale, che oggi non può essere con noi; dice che gli piacerebbe questo colore qui». Ed erano i tempi (cattiveria d'architetto) «in cui Leonardo Benevolo proponeva di radere al suolo il Palazzaccio, per trasformare quello spazio in un posteggio». Giorgio Muratore però la spunta. I motori e gli spazi della Montemartini non vengono toccati, né ridipinti; e due dei lampioni di Cambellotti sono collocati, in tinta originale, proprio lì davanti; anche il Palazzaccio è sempre lì. E il basamento dei pali dà misura della grandezza dell'artista. Di cui, al Casino delle Civette a Villa Torlonia, alcune vetrate, policrome e liberty, destano ancora sensazione.