Il pamphlet di Dieter Haselbach, Armin Klein, Pius Knüsel e Stephan Opitz ha scatenato in Germania numerose polemiche per il feroce j'accuse nei confronti di una cultura troppo squilibrata sul piano umanistico. Giunto ora in Italia nella traduzione italiana (Kulturinfarkt. Azzerare i fondi pubblici per fare rinascere la cultura, Marsilio, pp. 268, 18), mai saggio poteva essere più just in time rispetto alla falcidie promessa in questi giorni dal ministero dei Beni culturali, per cui il Fondo unico dello spettacolo per il 2013 non arriverà a 400 milioni di euro (a valuta costante meno della metà di trent'anni fa). In questo periodo di stretta austerità, il libro dei quattro esperti (tre tedeschi e uno svizzero) costruisce perciò un tassello coerente nel puzzle iperliberista che contraddistingue il dibattito intellettuale contemporaneo. Vi si descrive il collasso dell'assistenzialismo statale: l'offerta culturale è cresciuta a dismisura mentre la domanda è diminuita. Troppe mostre, troppi libri, troppi concerti, troppe televisioni, troppi giornali. Che si dilaniano reciprocamente per agguantare una manciata di euro, producendo alla fine prodotti mediocri. È inutile avere nostalgia e rimpiangere il passato. E allora via con ricette drastiche e scelte impopolari: sforbiciare le sovvenzioni alle istituzioni artistiche per poi ridistribuire il denaro rimanente agli imprenditori più sensibili al mercato. Guai ad accondiscendere alle pressioni delle singole realtà e ai particolarismi delle comunità intellettuali, spesso mosse da motivazioni autoreferenziali. Forza invece con le privatizzazioni o addirittura con le cancellazioni delle istituzioni che hanno scarso spirito di iniziativa o che non hanno predisposizione all'autofinanziamento. Per risvegliare il sistema culturale bisogna «affaticarlo»; solo così le difficoltà aguzzeranno l'ingegno. Cosa rispondere a critiche così violente e all'agitare di una clava così grezza e senza raffinamenti? Sovviene innanzitutto il ragionamento dell'economista William Baumol che dimostrava negli anni Sessanta che l'economia della cultura è sempre comunque tributaria dei fondi pubblici, perché la cosiddetta «malattia» economica della cultura risiede nel fatto che questa sia per definizione incapace di realizzare guadagni di produttività per vincoli di costo del lavoro e di prototipizzazione, senza che la qualità si deteriori. E rimane assodato che essendo la cultura un bene di merito, quando essa si concentra più sulla valenza educativa e pedagogica che su quella del puro intrattenimento, non vale la regola della sovranità del consumatore e quindi i ricavi non riescono mai a compensare totalmente i costi. Inoltre va premesso che il libro sull'infarto culturale prende le mosse dal mercato tedesco, dove l'entità di finanziamento pubblico la Germania stanzia per la cultura oltre 9 miliardi di euro all'anno forse necessita qualche ripensamento in tempi di incertezze economiche. Ciò detto, il testo affronta un tema di grande interesse anche per il nostro Paese. Anche da noi abbiamo visto eccessi e sprechi. Anche da noi lo «Stato impresario» ha condizionato negativamente il confronto col mercato. Anche da noi l'eccesso burocratico e centralizzato ha mortificato gli artisti, costringendoli spesso a conformismi e fedeltà al potere. Ben vengano dunque queste provocazioni che ci aiutano a dibattere il rapporto pubblico-privato e a ripensare alle routine che si sono cristallizzate per troppo tempo. Come sosteneva Baricco in un articolo un po' futurista di qualche tempo fa, alcune istituzioni hanno forse fallito il loro obiettivo e si può pertanto anche immaginare di fare rinascere la cultura, puntando di più su scuola e tv. L'unica cosa che però non deve mancare è una policy precisa, così come ci deve essere un interlocutore pubblico credibile e competente. Nel Paese che si gonfia il petto per avere il più importante patrimonio artistico del pianeta, i temi culturali sono stati di fatto assenti nelle agende elettorali dei candidati premier. E d'altra parte gli ultimi tre ministri sull'argomento non sono stati memorizzati dagli italiani, quasi avessero attraversato il loro dicastero dei veri fantasmi. Finiremo anche nel prossimo giro per dire con stupore che il fondo che pensavamo di aver toccato aveva in realtà uno spazio di ulteriore profondità?
Perchè la cultura non si può affamare
Il pamphlet di Dieter Haselbach, Armin Klein, Pius Knüsel e Stephan Opitz ha scatenato polemiche in Germania per le critiche alla cultura troppo squilibrata sul piano umanistico. Il libro, tradotto in italiano, propone una soluzione drastica: privare le istituzioni artistiche di fondi pubblici e ridistribuire il denaro agli imprenditori più sensibili al mercato. L'autore William Baumol sostiene che l'economia della cultura è sempre tributaria dei fondi pubblici a causa dei vincoli di costo del lavoro e di prototipizzazione.
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