Micaela Bertoldi già assessore alla cultura del Comune di Trento Nel contesto della crisi economico-finanziaria, le conseguenze sociali del debito nazionale e di un sistema quasi al collasso sono state scaricate con effetti pesanti prevalentemente sulle classi meno abbienti, sui lavoratori dipendenti, sui precari e su chi è disoccupato. Gli enti locali sono stati investiti dalla raffica di restrizioni alla spesa, di riduzione dei trasferimenti e stanno pagando le sceltenon scelte ereditate dal quasi ventennio berlusconiano. Il governo Monti non ha mostrato una sufficiente visione di futuro, capace di puntare convintamente sulle risorse prioritarie dell'Italia come la cultura, i beni culturali e la loro complessiva gestione. Proprio per questo, parlando di cultura, credo si debba prendere in seria considerazione la necessità di «una torsione risoluta all'interno di una grande faglia della storia»: mi perdoni Simone Casalini se applico l'indicazione del suo editoriale di giovedì scorso rivolta alla storia dell'istituzione accademica all'insieme complessivo dei fatti e delle impostazioni riferibili al comparto cultura. Se proprio di torsione non si volesse parlare, perlomeno si potrebbe suggerire un disallineamento rispetto alle pratiche prevalenti. Pratiche che da una parte hanno a che fare con la costante riduzione dei fondi statali, e dall'altra con l'attesa dei soggetti culturali di aiuti provenienti dall'alto, con relative rivendicazioni. In provincia di Trento, indubbiamente, si è puntato a investire su innovazione e ricerca mantenendo un buon intervento a sostegno di musei, istituzioni culturali, soggetti legati alla tradizione corale e musicale. Ciò ha contrastato la linea prevalente a livello nazionale di sottovalutazione del valore di una società fortemente coinvolta in processi conoscitivi, di scoperta di nuove frontiere scientifico-tecnologiche, consapevole del patrimonio culturale, storico, artistico, monumentale e letterario di cui l'Italia può, a buon titolo, vantarsi. Non credo che tanto possa dirsi sufficiente per vantare conoscenze diffuse che traducano in quotidianità il valore di essere, ciascuno nel proprio contesto e per quello che gli riesce, intellettuali. Essere cioè in grado di interrogarsi sulle opinioni disparate che serpeggiano nella società, tentarne delle sintesi parziali e provvisorie che si inseriscano nel quadro di responsabilità civica rispetto al futuro della comunità in cui si vive. Intellettuali che non si pongano l'obiettivo di guidare con linee definite lo sviluppo della società, ma capaci di interagire tra i diversi punti di vista, tra le diverse spinte, cercando di fare emergere dei saperi condivisi e solidali all'interno di un territorio. C'è un grande bisogno di andare oltre schieramenti di opinioni precostituite, di ascoltare le reciproche ragioni, di rifiutare la logica del nemico pur criticando aspramente la posizione che si ritenga pericolosa. Si avverte la necessità di spiegarsi, e fare spiegare, le motivazioni implicite di alcuni fenomeni di protesta, di disaffezione alla politica che nati dalla sacrosanta indignazione per abusi, corruzione, malversazioni, inefficienza non assumono la complessità delle problematiche e scelgono solo una contrapposizione frontale, senza assumere l'onere di processi più meditati di ricostruzione di comportamenti e consapevolezza civica. Su queste considerazioni dovrebbe basarsi l'auspicato disallineamento dalla prassi standard dei vari enti culturali, delle associazioni e degli operatori del settore. A fronte della carenza di risorse è senz'altro positiva la proposta dell'assessore Franco Panizza di battersi per la facilitazione dell'intervento dei privati nella cultura, riducendo ad esempio la burocrazia o permettendo la detrazione dalle dichiarazioni dei redditi. Ritengo che si potrebbe cercare di andare oltre, ripensando le usuali modalità di agire che oggi vedono una relazione per lo più biunivoca tra soggetto culturale e l'ente finanziatore. La sfida metodologica dovrebbe essere incentrata sulla volontà-capacità di modificare i rapporti tra istituzioni e realtà private. Si deve passare dalle intenzioni di valorizzare tutti i soggetti operanti in ambito culturale alla capacità di organizzare una rete di collaborazioni, partendo dal piano della programmazione comune di almeno un evento, fin dalla ideazione dello stesso, con definizione partecipata dei contenuti, dei percorsi di coinvolgimento della popolazione dei territori, creando osmosi tra una realtà e l'altra, un quartiere e l'altro. In definitiva: sperimentando nella pratica un percorso innovativo di ricerca-azione in cui ogni soggetto apporti un contributo di idee, tipologie di lavoro corrispondenti all'ambito in cui opera (teatrale, musicale, artistico, classico, contemporaneo) e risorse o mezzi che gli sono propri. Si potrebbero così animare territori, valli e città, portando all'effettiva auto-formazione culturale dei cittadini residenti. Non solo, mettendo anche in dialogo culture di diversa origine, tradizione e provenienza in modo da divenire tutti, almeno un po', parte intellettuale nella società che cambia.
Trento. Cultura e privati, una rete da potenziare
L'assessore alla cultura del Comune di Trento, Micaela Bertoldi, critica il governo Monti per aver sottovalutato il valore della cultura e dei beni culturali. Secondo lei, gli enti locali sono stati investiti dalle restrizioni alla spesa e dalle riduzioni dei trasferimenti, mentre il governo non ha mostrato una visione di futuro. Bertoldi propone di andare oltre le pratiche standard dei vari enti culturali e di suggerire un disallineamento rispetto alle pratiche prevalenti. Sostiene che la carenza di risorse è un'opportunità per investire in innovazione e ricerca, e per favorire la collaborazione tra istituzioni e realtà private.
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