CARO direttore, nel 6 censimento de "I luoghi del cuore" promosso dal Fondo Ambiente Italiano (FAI), la Puglia si distingue con ben 173.500 segnalazioni su un milione in Italia. Come evidenziato su «la Repubblica Bari » dal presidente regionale del Fai, Dino Borri, esse rappresentano altrettante richieste di "rinnovata attenzione, anche non economica, anche solo etica verso un futuro di tutela e di tradizione", una spinta che dovrebbe raccogliersi e rilanciarsi, verso una nuova stagione di sviluppo sostenibile. Rispondo alla sollecitazione evidenziando due dati emergenti dal censimento, che sono preziosi per chi ha responsabilità di governo. Il primo dato riguarda l'aumentata consapevolezza in Puglia dell'elevato valore del patrimonio culturale e paesaggistico. Il secondo riguarda alcuni caratteri dei luoghi segnalati: nella gran parte dei casi beni poco noti al più vasto pubblico, talvolta ubicati in luoghi nascosti e difficilmente accessibili, ma che hanno grande valore per chi abita o frequenta quei luoghi. Essi rispecchiano la notevolissima densità e diffusione del patrimonio culturale in situ che caratterizza l'Italia, e in particolare la Puglia, nelle indissolubili relazioni che lo legano all'ambiente, dando luogo a paesaggi di grande varietà e bellezza. Si tratta spesso di un patrimonio in stato di profondo degrado, che colpevoli decenni di incuria e abbandono rischiano di cancellare. E' bene essere consapevoli, però, dello scollamento che si registra fra le sensibilità sociali espresse dal censimento e gli approcci che ormai da diversi anni si sono affermati in Italia in materia di beni culturali. APPROCCI che purtroppo sono riproposti anche nei documenti di programmazione comunitaria 2014-2020: spesso scimmiottando approcci adottati in altri paesi profondamente diversi, l'attenzione (e le risorse finanziarie) sono concentrate su "grandi attrattori", singoli beni ritenuti "eccellenti" in rapporto alla attrattività turistica che esprimono. In modo ancora più riduttivo, la valutazione dell'attrattività è operata sulla base di indicatori economico-finanziari in un'ottica di breve periodo e, per di più, con riferimento al singolo bene. Come se l'attrattività di un territorio non possa essere legata alla dotazione di un patrimonio costituito da molteplici tipi di beni di forte carattere identitario diffusi nel territorio. La recente politica regionale, anche nella stessa definizione della delega assessorile, considera i beni culturali, paesaggistici e ambientali come un continuum da tutelare e valorizzare, non solo nelle singole parti ma nell'insieme: è questa la prospettiva assunta sia nella messa a punto del disegno di legge regionale organico sui beni culturali approvato dalla Giunta nel gennaio scorso sia nel finanziamento con i fondi comunitari 2007-2013 dei Sistemi ambientali e culturali, da valorizzare come insieme di beni in base a un'ideaguida legata ai caratteri dell'ambito territoriale interessato, alla sua identità, a istanze e visioni di abitanti e del partenariato pubblico e privato, profit e no-profit. Ma vi è di più. Nella politica regionale la tutela dei beni culturali è intesa quale parte di una forma diversa di sviluppo, che per essere sostenibile deve fondarsi sulla coscienza, difesa e valorizzazione delle risorse locali. In questa visione, lo sguardo si sposta da un significato di valorizzazione schiacciato sulla dimensione economico-finanziaria ad uno legato al valore sociale in relazione alle potenzialità di sviluppo durevole e d'innovazione delle economie del territorio. Attirare turisti non può e non deve essere il fine principale di una politica in materia di beni culturali. Di quest'ultima il turismo può, però, beneficiare. E le conferme non mancano: a ben guardare, la crescita di attrattività di tante parti del territorio pugliese negli ultimi anni dipende proprio dalla riappropriazione sociale e creativa risignificazione delle ricchezze del patrimonio materiale e immateriale della cultura storicamente accumulata. assessore alla Qualità del Territorio della Regione