LIVORNO Et voilà, anche il Cisternone chiude. Infiltrazioni d'acqua fanno cadere l'intonaco del monumento livornese, uno dei pochi rimasti ancora in piedi dopo i bombardamenti e la «brillante» ricostruzione post bellica, l'ultimo «non più disponibile» di un elenco tristissimo. Il Cisternone, nome popolare della Gran Conserva, non è solo un antico acquedotto a due passi dal centro e un monumento neoclassico iniziato a costruire nel 1829 da Pasquale Poccianti, l'architetto che realizzò una nuova scala interna e il vestibolo a Palazzo Pitti, ristrutturò la Biblioteca Laurenziana e restaurò la Loggia dei Lanzi. È molto di più. Nei libri di storia dell'arte è definito «tra le principali architetture neoclassiche italiane, il più riuscito tentativo in Italia, se non in tutta Europa, di realizzare i sogni dei visionari francesi». E ancora lo storico dell'arte Dario Matteoni, che a Livorno è stato pure assessore alla Cultura, in un saggio del 1992 ne ha descritto le analogie con le architetture francesi di Étienne-Louis Boullée e Claude-Nicolas Ledoux, «celebri per i loro progetti utopici, dalle forme semplici e ben definite». Eppure c'è qualcosa di ancor più affascinante e segreto nella genesi di questa grande cisterna: è stata costruita seguendo i canoni massonici. Poccianti, pare iniziato in una loggia fiorentina, era un «libero muratore» sfegatato e pure un patriota. Volle così dedicare alla massoneria la grande cisterna, realizzando una cupola a volta che ricorda quella delle logge e disseminando il monumento di simboli esoterici. Il risultato fu un capolavoro neoclassico di rara bellezza collocato al termine del lungo viale degli Acquedotti (oggi si chiama Carducci e conduce alla stazione ferroviaria) e all'inizio dell'odierna via de Larderel che sfocia poi sul Voltone (Piazza della Repubblica) il ponte più largo d'Europa. Visitare il Cisternone è un'esperienza unica. Non solo per il colonnato, ma per la suggestione della cisterna vera e propria, divisa in cinque navate e con pilastri che si immergono nell'acqua. È un luogo magico a volte utilizzato anche per concerti. Lo stesso Granduca Leopoldo II, che amava le cose belle, lo scelse nel 1833 come una delle location per festeggiare le nozze con la principessa Maria Antonia. Il Cisternone non dovrebbe restare chiuso al lungo. Il Comune ha assicurato un rapido intervento per metterlo in sicurezza, poi (soldi permettendo) potrebbero iniziare i lavori di restauro. Il condizionale è di rigore. L'assessorato alla cultura ha un budget annuo di 3,5 milioni di euro che servono a malapena a soddisfare le esigenze di scuole musicali, teatri, musei, biblioteche. Il problema è che la Gran Conserva è solo l'ultimo esempio di chiusura coatta di un monumento livornese. Qualche esempio neppure esaustivo. La Fortezza Nuova, spoglio ma affascinante Giardino di Boboli affacciato su Piazza della Repubblica e sull'antico quartiere della Venezia, è chiuso da tempo perché servono soldi per la messa in sicurezza e per avviare un sistema sicuro di controllo perché in alcuni punti i giardini sono alti decine di metri. Sprangato il museo mascagnano di Villa Maria, serrati i teatri e i cinema più rappresentativi tra i quali l'Odeon, trasformato in parcheggio dove nessuno posteggia l'auto e in pochi acquistano i garage venduti a prezzi esagerati. Sprangate in attesa d'interminabili lavori le bellissime Terme del Corallo (amatissime da Carlo Azeglio Ciampi) e la pericolante Chiesa degli Olandesi, il tempio di «Ovosodo», nel cuore della città.