«Napoli ha bisogno di più architettura e di simboli forti, com'è stato il grattacielo Jolly». Aldo di Chio, dello studio «Vulcanica», è sostanzialmente d'accordo con Giuseppe Galasso, che ha denunciato l'immobilismo della città e delle istituzioni. «Il problema è che non sappiamo che città vogliamo, non che ci siano pochi soldi. Noi stiamo stiamo realizzando opere interessanti grazie ai privati, ma qui ci sono pochi incentivi per gli investitori. Dobbiamo guardare alla tradizione antica, sì, ma abbiamo anche una tradizione moderna». NAPOLI Gli architetti di Vulcanica Marina Borrelli, Eduardo Borrelli e Aldo di Chio sono entrati nelle cronache cittadine per due episodi di segno opposto. Alcuni anni fa progettarono una passerella sospesa, un ponte pedonale che scavalcava via Acton e il cantiere della Metropolitana mettendo in collegamento la parte percorribile di piazza Municipio e l'area a mare, realizzata secondo il loro progetto che è stato molto apprezzato ed è in mostra a New York. Il piano per il ponte, che era in fase avanzata, fu commissionato e pagato dalla Metropolitana ma la Soprintendenza disse no, nonostante il passaggio sospeso fosse destinato a restare lì solo fino alla chiusura del cantiere sotterraneo. Un altro ponte, di ben altre dimensioni e destinato alle auto, Vulcanica l'ha progettato per piazza Di Vittorio, a Capodichino. Anche in questo caso ci sono state alcune polemiche, però l'opera è stato costruita. Le vicende dello studio di progettazione, insomma, dimostrano quanto la vita dei giovani architetti sia controversa a Napoli. Della quale Giuseppe Galasso, nel suo editoriale di giovedì, ha parlato come una città immobile, puntualizzando che tutte le opere che hanno realmente inciso su Napoli sono state ideate, adottate, progettate e spesso realizzate tra il 1960 e il 1990. «Ed è in gran parte vero commenta Aldo di Chio perché allora la temperie culturale e politica era diversa da quella successiva e attuale. Questa è una fase di pensiero debole. E tale appare ancora di più a confronto con il periodo più remoto in cui Lamont Young (a cavallo tra fine 800 e inizio 900, ndr) produceva idee rivoluzionarie. Tuttavia oggi qualcosa pure accade: a noi è capitato di fare il ponte a Capodichino, un'opera importante e strategica. Se n'è occupata anche una pubblicazione a Berlino, ma qui pochi se ne sono interessati. Sembra che a Napoli gli intellettuali, l'università si disinteressino di questa dimensione, e gli stessi giornali raramente mostrano attenzione». Proprio ieri il suo collega più anziano Alfonso Gambardella ha sostenuto una tesi analoga e ha fatto ammenda per aver poco insistito perché fossero realizzate certe opere, magari osteggiate dagli ambientalisti. «Dal falso ecologismo». Comunque, architetto di Chio, lei quali dei progetti che abbiamo elencato considera fondamentale? «Vorrei fare un ragionamento più ampio. Da un lato, a Napoli c'è da fare tutto, dagli asili agli ospedali, per esempio. È la città in cui ci sarebbe più da fare al mondo per un architetto. A Berlino e a Barcellona, invece, ormai non c'è più niente da fare, ci sono già anche le piscine differenziate per età. Il problema, quindi, prima di parlare delle singole opere, è che non si considera l'architettura nel modo giusto. Non si può pianificare, è fuori tempo, per esempio. L'urbanistica e troppo lenta. I tempi di trasformazione delle città in tutto il mondo sono più veloci. E poi, non piangiamoci addosso: non aiuta. Quanto alle opere che avete elencato, sono tutte interessanti, anche quella un po' sognanti come il canale navigabile dal Porto a Nola». In Germania ce n'è uno... «Infatti i sogni si realizzano, non volevo essere provocatorio. Cerco di spiegarmi meglio ragionando sullo stadio. È ovvio che bisogna pianificare i flussi di traffico, quindi è meglio che non sia in centro. Ma alla fine gli stadi interessanti sono quelli belli. Per esempio quello di Pechino per le Olimpiadi è diventato il simbolo della rinascita della città e del Paese». Be', qui a suo tempo piazza Plebiscito senza auto è stata il simbolo del cosiddetto rinascimento non rinascita e ora sembra che de Magistris stia facendo lo stesso con il lungomare «liberato». Secondo lei, quale potrebbe essere il simbolo della rinascita di Napoli? «L'architettura». Un po' meno in generale? «Il grattacielo del Jolly è stato un simbolo...». E domani? «Un nuovo Jolly, un'icona forte, visibile. A Barcellona è diventata un simbolo la torre dell'acquedotto progettata dall'architetto francese Jean Nouvel, è divertente, cangiante. I tassisti sanno quanto è alta, se più o meno della Sagrada Familia di Gaudí. In Francia, Mitterrand è diventato immortale per le grandi opere che ha voluto, come la Biblioteca di Francia. A Parigi per costruire il Beaubourg hanno demolito un quartiere. Qui siamo ancora immersi in un romantico passatismo, per questo insisto: il primo segnale di rinascita dovrebbe essere l'architettura. Invece non c'è proprio attenzione. Faccio un altro esempio che mi riguarda. Noi stiamo realizzando Brin69, edificio riqualificato destinato al terziario. È alto 40 metri e ha una facciata lunga 250 che a Napoli forse è seconda solo all'Albergo dei poveri. Il progetto è stato alla Biennale di Venezia. In un quarto dell'edificio, già completato, c'è un call center nel quale lavorano centinaia di ragazzi. È un'operazione molto interessante, eppure nessuno lo sa, nessuno se ne interessa». Secondo lei, perché? «Perché siamo governati male, in senso generale. Non sappiano che città vogliamo, che Paese vogliamo. Faccio qualche altro esempio: Valencia e Bilbao sono città meno significative di Napoli ma hanno puntato sull'architettura e hanno raggiunto risultati che stanno a loro volta producendo effetti sul piano turistico e quindi economico. Bilbao ha puntato addirittura su una sola architettura che ha rivoluzionato la città, il Museo Guggenheim». E le ha dato una personalità nuova. «Infatti è l'immagine che si spende nella pubblicità turistica». Lei che città vorrebbe? «Vorrei una città alla quale la forma desse forza, che secondo me è la vocazione di Napoli. In passato tutto è stato trasformato dall'architettura, fino a tutto il fascismo. Cito Luigi Cosenza, magnifico architetto-ingegnere che si dimise dall'università in polemica, che progettò il Politecnico e il mercato del pesce, che è stato scopiazzato da tante archistar. Perché Napoli ha una tradizione non solo antica ma anche moderna». Forse da noi il problema sono i soldi? «Ma gli sprechi sotto gli occhi di tutti. E poi noi abbiamo fatto cose interessanti con i privati. Brin69 è un edificio privato, per il ponte a Capodichino il concessionario era privato. Qui non ci sono grandi incentivi, invece bisogna avere le antenne tese su questo aspetto. Però, la crisi è più legata all'idea di città prima che al denaro».