«Quale cultura?» si è chiesto giustamente Ermanno Olmi, di fronte alla candidatura di Bergamo a «Capitale europea della Cultura». Perché l'ambito titolo è cosa ben diversa dalla nomina a «Patrimonio mondiale dell'Umanità» dell'Unesco. In questo secondo caso a essere premiata è l'eccezionalità monumentale o paesaggistica di un sito. Qualcosa che è un lascito del passato, che deve essere tutelato affinché non venga alterato o vada perduto. Potrebbero entrare nella lista del Patrimonio dell'umanità Bergamo alta e il parco dei colli e speriamo che presto possano essere accolti. Diverso è il caso delle Capitali Europee della Cultura, che non guardano al passato, ma al presente e al futuro. Non sono le dannunziane città del silenzio, dove tutto è rimasto immobile come un tempo, ad attrarre l'attenzione dell'Unione Europea. Sono invece dei luoghi, che, partendo dal patrimonio e dalla vita culturale che già caratterizza la città, decidano di varare per l'anno della candidatura un programma di eventi culturali d'eccezione. E qui cultura va inteso nel modo più innovativo e creativo, vuol dire capacità di stupire e di attrarre, naturalmente valorizzando le peculiarità di un luogo. Non un'eredità e una tradizione che sopravvivono magari a stento, non vecchie mura, nobili palazzi e pregevoli chiese, ma una serie di iniziative vive, capaci di modificare la fruizione stessa di cultura a livello locale. Che oggi ci sia la fila davanti agli sportelli della Capitale Europea della Cultura, non stupisce davvero. L'esperienza maturata in ventotto anni mostra come la nomina porti enormi vantaggi alle città sia nell'anno della manifestazione, che in quelli successivi. È un'opportunità unica per rinnovare l'immagine di una città e per farla conoscere a livello internazionale. Si è rilevato che per ogni euro investito, ne rientrino 8-10. Ma a patto di lavorarci. La domanda allora è: Bergamo è in grado di farsi promotrice di cultura come l'Unione Europea auspica? Esistono le risorse pubbliche e private da investire in un programma tanto ambizioso? Il rischio è di scambiare la nobiltà di un luogo per il modello progettuale. Nel 2010 Capitale della Cultura è stata il grigio bacino industriale della Ruhr, che ha completamente cambiato pelle grazie a un gigantesco progetto di riqualificazione ambientale e culturale. Nella Ruhr hanno puntato sulle industrie creative, sulla riconversione territoriale, sulla riorganizzazione dell'offerta culturale. Da dove può partire Bergamo? Ci sono nobili istituzioni, certo, e un contesto monumentale di pregio assoluto. Ma quali idee andremo ad agitare di fronte all'Europa? Cosa abbiamo in mente di fare per rendere memorabile a livello europeo il 2019 orobico? Quali sono gli effetti sociali che si attendono, quali le azioni identitarie, che immagine si vuole candidare della città, a quale partecipazione dei cittadini si sta pensando? La Capitale europea è un modello progettuale per intervenire mediante la cultura sulla pianificazione strategica dello sviluppo, disegnando un percorso virtuoso e sostenibile di periodo medio-lungo. Siamo davvero preparati a questa sfida?
Bergamo.Capitale della cultura, viaggio nel futuro
Bergamo è stata candidata a Capitale europea della Cultura. Questo titolo è diverso dalla nomina a Patrimonio mondiale dell'Umanità dell'Unesco, che premia siti eccezionali del passato. Le Capitali Europee della Cultura sono città che decidono di varare un programma di eventi culturali d'eccezione per l'anno della candidatura. Bergamo ha già una vita culturale e un patrimonio, ma non è chiaro se sia in grado di farsi promotrice di cultura come l'Unione Europea auspica. La città deve decidere di variare il percorso virtuoso e sostenibile di sviluppo, disegnando un percorso virtuoso e sostenibile di periodo medio-lungo.
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