Livorno, i secolari graffiti sul ponte del quartiere Venezia rischiano di sparire per l'incuria Il volto di questi antichi e improvvisati graffitari si è perso per sempre nel tempo. Come lacrime sotto la pioggia di quattro secoli di storia. Sono rimasti però i loro segni, le incisioni sul marmo, le magiche implorazioni al Cielo, alla Patria, all'Amore, all'Esistenza, all'Italia. Simboli cristiani, esoterici, patriottici. Potete vederli all'ingresso nell'antico quartiere della Venezia, a Livorno, sulla spalletta orientale del ponte di San Giovanni Nepomuceno. E, nonostante l'incuria, l'abbandono e l'indifferenza, sarete rapiti da queste testimonianze. Sono sms ante litteram accompagnati da simboli, archetipi delle «smile», le faccine, con i quali oggi comunichiamo con tablet e smartphone. «Un cenotafio consacrato dai figli della Venezia livornese alla memoria dei loro morti», lo definì commossa Angelica Palli Bartolommei, la poetessa (nata a Livorno alla fine del diciottesimo secolo ma di origine greca), femminista ante litteram (la chiamavano la Saffo labronica), patriota risorgimentale ed educatrice tanto che a lei è stato intitolato l'ex Istituto Magistrale oggi Liceo Pedagogico. La maggioranza dei graffiti per lo più seicenteschi, settecenteschi e ottocenteschi sono dedicati effettivamente ai cari estinti. Gente semplice: facchini, barcaioli, marinai, mercanti e pescatori. S'inchinavano, gli antichi graffitari, sul ponte di marmo che guada i fossi medicei e conduce sino al cuore della città. E incidevano epigrafi, per ricordare compagni e parenti scomparsi. Ma non solo: con scalpelli o chiodi arrugginiti s'inventavano scritte e segni per esorcizzare i fantasmi di un mondo difficile, oppure per inneggiare alla gloria di qualche ente supremo e superiore, mostrare la tolleranza delle decine di religioni che popolavano questa piccola Costantinopoli dove convivevano chiese protestanti e cattoliche, sinagoghe e moschee (addirittura quattro) e le logge massoniche invece che agli affari e al potere guardavano al perfezionamento dell'uomo. E infine, ai tempi eroici del Risorgimento, quando gli odiati austriaci negavano la libertà e l'autodeterminazione, per immortalare un «W l'Italia» con un amore della Patria oggi dimenticato. Adesso queste testimonianze uniche, che rappresentano un capitolo meno conosciuto della città, rischiano di scomparire per sempre. Sotto la pioggia (vera e non metaforica, stavolta), il libeccio, lo smog. I graffiti si stanno cancellando, pochi si leggono ancora. E nulla si fa per salvarli. «Le casse dell'assessorato sono vuote spiega Mario Tredici, responsabile della Cultura e purtroppo facciamo fatica a mantenere le istituzioni culturali volute dai livornesi, come il teatro, i musei, l'istituto musicale, le biblioteche. Non possiamo farci niente». È vero ciò che dice l'amministratore. Anche se a Livorno (e lo stesso Tredici lo ammette con onestà intellettuale) c'è un grave problema di razionalizzazione della spesa pubblica. Non sempre si è speso bene, non sempre si è speso giusto, quasi mai si è puntato a un progetto culturale che guardasse più in là (vedi il colpevole atteggiamento su Amedeo Modigliani, ma l'elenco dei grandi livornesi caduti nell'oblio sarebbe lungo e amarissimo) di quei nasi. Che forse non sono stati tutti trinariciuti (anche se qualcuno in città ne è dogmaticamente convinto), ma certamente insensibili ad alcuni profumi culturali. Eppure un progetto, quando ancora il morso violento della crisi non c'era, era stato avviato pochi anni fa. L'allora assessore alle Culture, il compianto Massimo Guantini, dette incarico alla a Cooperativa Amaranta Service, di eseguire alcuni calchi in gesso delle iscrizioni. Poi però nessuno ha pensato anche a un restauro delle iscrizioni (ma quanto costerà mai?) e a preservarle dall'erosione. «Non possiamo attendere sempre che le situazioni si aggravino per poi rammaricarsi di non essere intervenuti ha denunciato pubblicamente Lorenzo Del Lucchese, consigliere comunale dell'Idv adesso bisogna agire immediatamente per tutelare un pezzo della nostra storia». E anche i graffitari dei secoli passati appartengono alla Livorno che non ti aspetti. Quella che, nel bene o nel male, ha fatto la storia della città.