Possiamo intendere il paesaggio come qualcosa che «c'era una volta», dunque si può ricordarlo cercando di vivere quel che resta del passato nel nostro presente: è il modello che oggi predomina. C'è tuttavia un altro modo di pensare. Riconoscere, cioè, che il paesaggio di noi moderni è ineluttabilmente il paesaggio attuale. «Mò», che vuol dire adesso, è la radice stessa della parola «moderno». Il paesaggio, in quanto spazio e condizione delle nostre vite, cambia con noi; non scegliamo se cambia o no, ma solo quali responsabilità ci diamo nel cambiamento. Se chiamiamo questo il «paesaggio durante» o il «paesaggio nel corso del tempo», possiamo renderci conto che c'è un solo modo di evitarne il declino: assumerci la responsabilità del paesaggio da progettare scegliendo le priorità, tenendo conto dei limiti e delle possibilità. La via della decadenza è quasi sempre figlia della contemplazione passiva della tradizione e del passato. Secondo l'antropologo e biologo Jared Diamond, sono almeno quattro i motivi per cui una società determina il proprio declino: non riuscire a prevedere il sopraggiungere del problema che ne pregiudicherà il futuro; non accorgersi che il problema è già in atto, mantenendo perciò inalterati stili e comportamenti; accorgersi che il problema è in atto ma non provare a risolverlo; cercare di risolverlo ma non trovare le risposte giuste. In quest'ultimo caso la soluzione è chiara, tuttavia i costi e le possibilità applicative sono superiori alle capacità del gruppo o della società coinvolta. Nelle prime due ipotesi, invece, o si imboccano strade che causano problemi ancora più grandi di fronte alla novità in arrivo, oppure si tende a scivolare gradualmente nel problema senza rendersene conto o a reagire quando è troppo tardi. È però la terza possibile causa del declino che ci interessa particolarmente, ossia quando c'è la volontà, più o meno consapevolmente, di non affrontare un problema evidente. I benefici immediati e illusori derivanti dal mantenimento dello status quo mascherano «razionalmente» la necessità di cambiare, anche sostenuti dalla famosa e predominante forza dell'abitudine. Veniamo a noi. Che la vivibilità nei paesaggi delle nostre vite sia un modo da sciogliere è generalmente riconosciuto, fatta eccezione per qualche ben pagato «negazionista». Le questioni problematiche riguardanti il suolo, l'acqua, l'aria, il territorio e l'ambiente sono note. Eppure si continua a discutere di paesaggio come sfondo, contorno o decoro, non come sostanziale essenza della nostra esperienza possibile di vivere in un contesto, di abitare un luogo. Oppure si parla del paesaggio come si fa con la cultura. Si giunge a dire che si tratta del «petrolio» d'Italia, utilizzandolo come risorsa da vendere per fini turistici o per edificare. Celebrando naturalmente la tradizione e il «c'era una volta». Altra cosa sono la storia e la memoria come fondamenta sia del presente sia del futuro. Il paesaggio che cambia con noi è davanti a noi: attende l'esercizio delle nostre responsabilità progettuali e di governo. Qui e ora.