Nel centro di Modica, ecco un piccolo museo che evoca torbide atmosfere, poco conosciuto dai visitatori di questa città storica (patrimonio Unesco), famosa per le chiese, i palazzi barocchi e anche per gli atelier del cioccolato. È il Museo Tommaso Campailla: poche stanze, sistemate il minimo indispensabile. Effetto delabré, insomma. Ma anche qui sta il suo fascino. Si trova in uno stabile del XVII secolo, edificato per accogliere il primo ospedale cittadino, Santa Maria della Pietà. Divenuto poi sifilicomio, cioè una struttura dove si curavano gli ammalati di sifilide, il cosiddetto morbo della vergogna. Nel Settecento fu proprio Campailla, uomo di legge mancato, scienziato irregolare con la passione della medicina, che, dopo una fitta corrispondenza, s'incontrò perfino con il filosofo britannico George Berkeley venuto appositamente a Modica per conoscerlo, ad aprire nell'ospedale la Stanza delle Botti: un locale attrezzato dove le stufe lignee costituivano la base per la cura dei sifilitici, da lui messa a punto. Per inciso, tale reparto rimase in funzione fino agli anni Quaranta del secolo scorso, quando la scoperta della penicillina segnò la sua decadenza, l'abbandono e il degrado. Ma se oggi il museo esiste ed è riconosciuto («la Scuola medica modicana e le Botti di Tommaso Campailla» sono state inserite, in coerenza con la convenzione Unesco, nel Libro dei saperi del Registro delle eredità immateriali di interesse locale), lo si deve a Valentino Guccione, professore modicano ultraottantenne, che, appassionandosi a questo giacimento culturale, lo studiò, ne scrisse e, con tenacia, riuscì a salvarlo dalla distruzione. Entriamo, dunque, nella Stanza delle Botti, la parte più antica del museo, che testimonia concretamente il metodo di cura cioè le tre stufe munite di braciere ardente dove si inseriva la dose di cinabro e incenso così da sprigionare le benefiche fumigazioni che penetravano nella pelle e nelle narici del paziente ivi rinchiuso e contiene, inoltre, reperti medici strumentali del tempo e di epoche successive. Le foto di volti e corpi tumefatti di donne e uomini, appese alle pareti, completano la documentazione. Persone senza nome, volutamente. «In archivio sono conservate anche le cartelle cliniche di molti pazienti dello sifilicomio, ma restano top secret. Dalle generalità, infatti, si potrebbe risalire ai loro discendenti», avverte Mario Incatasciato, presidente dell'associazione «IngegniCulturaModica», che porta avanti la gestione del museo. Di più: con il professor Guccione, l'associazione ha curato il volume Tommaso Campailla e la Scuola medica modicanaIl Museo delle Botti e il Teatro Anatomico, che ricostruisce (anche con documenti grafici e fotografici) l'avventura medica di Campailla, che lo portò a superare, nella cura della sifilide, il metodo francese, dal '600 il più accreditato: «Si avvaleva delle botti mercuriali, nelle quali il malato chiudeva il busto e gli arti ma non la testa che restava libera». Per i pazienti di Campailla, invece, era prevista una balsamica full immersion tra i fumi. Il Teatro Medico (con la tavola anatomica dove si sezionavano i cadaveri) e la preziosa libreria che conserva volumi medici del '700-'800, sono parte integrante del museo. Ma a chi interessa? «Al pubblico internazionale, soprattutto dice Incatasciato, dando qualche cifra . Fra i turisti che arrivano a Modica circa il 3 per cento è costituito da stranieri. Ma per le visite al Campailla la percentuale sale al 10».