De Ciccio nel 1957 mise su un piatto d'argento la sua collezione Si trattava di oltre 1.300 reperti di alto valore d'antiquariato Dopo mezzo secolo torna alla luce l'incredibile storia di una donazione non accolta dalla città di Palermo. Correva il 1957 e il mecenate Mario De Ciccio offriva oltre 1300 reperti di alto antiquariato e il Comune rispondeva di non avere locali idonei per ospitare la sua poderosa collezione. La storia è venuta a galla durante una nostra indagine su una tela di Rembrandt posseduta dal palermitano Mario De Ciccio, figura poliedrica di appassionato e profondo conoscitore di opere d'arte. La sua competenza di esperto maturò durante i viaggi all'estero, soprattutto a Parigi e a Londra. De Ciccio, a cavallo tra Ottocento e Novecento, ricevette una confidenza dalla principessa Elena Tchekovskaia, nipote della seconda moglie dell'inglese George Wilding, a proposito di alcune famiglie dell'aristocrazia palermitana che per finanziare i sontuosi ricevimenti vendevano all'estero importanti maioliche del '500 e dipinti del '600 di grandi maestri. I viaggi della nobiltà venivano giustificati col rinnovo del guardaroba di griffe rinomate. Su tutte, la preferita era Worth, maison d'alta moda parigina detentrice indiscussa del gusto e dell'eleganza della Belle Epoque. De Ciccio nei numerosi viaggi nella capitale francese acquistò nel tempo un notevole numero di oggetti d'epoca di provenienza da dimore siciliane. Venne in possesso anche di un "San Gerolamo" di Francesco Fracanzano, di una tavola di "Madonna con Bambino e San Giovannino" di Michele Tosini detto il "Ghirlandaio", di un "Busto di giovane" in terracotta invetriata di Andrea Della Robbia, di piatti di Deruta, Casteldurante, Montelupo, Venezia, di argenti e oreficerie. Nella collezione spicca il trionfo delle arti decorative con preziosi paramenti ricamati, alzate dalle più curiose e stravaganti forme, vasellame da "pompa" e da farmacia. Considerevole la raccolta di tele seicentesche e settecentesche raffiguranti nature morte. Non mancano decine e decine porcellane dall'elegante linguaggio rococò. Insomma, un immenso tesoro da mozzare il fiato. I nobili rientravano a Palermo con valigie cariche di franchi e potevano offrire banchetti aperti ad un centinaio di amici serviti da uno sciame di servitori in livrea e parrucche. Gli ospiti d'onore si avvicendavano: Rothschild, Lipton, Edoardo VII, Elena di Montenegro. Un valzer infinito. Nei primi anni del Novecento De Ciccio donava al Museo Nazionale di Palermo una raccolta di reperti archeologici di notevole prestigio. Intanto la ricca collezione di Mario veniva sistemata nella sua Casa-Museo di via Dante, dal gusto neo-rinascimentale. La dimora venne visitata dagli ambienti colti italiani e stranieri. Nel 1957 moriva precocemente il figlio di Mario De Ciccio; Francesco Paolo era l'unico erede, pure lui contaminato dall'amore per l'arte raffinata. A quel punto l'ormai novantenne mecenate, non avendo eredi, contattò il sindaco di Palermo Luciano Maugeri (la giunta comunale era formata dal tripartito Dc, Pli, Psdi, con l'appoggio esterno dei monarchici) e gli mise su un piatto d'oro l'elenco di tutto il suo tesoro, un elenco da capogiro. Ovviamente chiese che quel patrimonio venisse esposto prima che lui morisse. Ormai gli rimaneva poco da vivere. Il primo cittadino si venne a trovare spiazzato in quanto non sapeva dove esporre tutto quel ben di Dio piovuto dal cielo. Chiese del tempo. Trascorsero sei mesi e il De Ciccio, non avendo avuto alcuna risposta, decise di accettare l'offerta di Bruno Mocajoli, sovrintendente di Napoli e tutta la collezione venne esposta in un'ala del Museo di Capodimonte, appena aperto. A creare il percorso espositivo fu lo stesso donatore, aiutato da alcuni architetti. Altre sue opere, soprattutto maioliche e argenti, sono state donate al museo "Gaetano Filangeri" di Napoli. A Palermo soltanto lacrime amare. 22022013