Franco Panizza candidato al Senato per Pd, Upt e Svp nel collegio di Trento Il continuo rapporto che ho potuto intrattenere in questi anni con i rappresentanti delle Istituzioni culturali mi ha spinto a più riprese a riflettere sul tema del finanziamento della cultura, argomento dibattuto da tempo, ma divenuto di estrema attualità in questo periodo di crisi che ci obbliga a dispensare con crescente parsimonia le risorse pubbliche. La legge statale 342 del 2000 ha introdotto nel nostro sistema tributario la possibilità di dedurre dal reddito imponibile l'importo delle donazioni in denaro effettuate a favore di enti pubblici e di soggetti privati «non profit» rivolte al sostegno di iniziative in materia di beni culturali e spettacolo. La disciplina riguarda le imprese, mentre trascura le liberalità concesse dagli Enti non imprenditoriali oppure da privati cittadini. Per quanto riguarda le donazioni dei privati, qualcosa è cambiato con la legge 80 del 2005, alle cui disposizioni si è unita la possibilità di destinare il 5 per mille dell'Irpef per il sostegno di organizzazioni che operano in campo culturale, prevista dalla finanziaria del 2006. È di tutta evidenza, però, come queste disposizioni normative non abbiano segnato una svolta nel finanziamento alla cultura da parte delle imprese o dei privati cittadini. I motivi sono molteplici: innanzitutto le norme non sono di facilissima interpretazione e le somme deducibili sono parziali. A questo si aggiunge un fattore culturale: cioè di come la cultura vada percepita non come un affare privato, ma come un progetto condiviso da fasce sempre più ampie della società. Appaiono peraltro significativi in proposito i dati di un sondaggio realizzato on line dal ministero dei beni culturali, secondo il quale tre visitatori di musei italiani su quattro sarebbero anche disposti a pagare un biglietto più costoso, purché questo incremento rappresentasse un contributo alla salvaguardia del patrimonio culturale. Confrontando però il nostro sistema culturale, e in particolare quello museale che maggiormente risente delle ristrettezze di bilancio, si nota immediatamente che il fund raising (la raccolta di fondi da utilizzare per finalità sociali) in Italia viene praticato occasionalmente e in modo non del tutto professionale. Osservando invece realtà più evolute in tema di finanziamento del sistema culturale, emerge chiaramente come la partecipazione consolidata dei privati nel sostegno alla cultura sia frutto, oltre che dello sviluppo di competenze specifiche, anche di scelte strategiche e politiche basate soprattutto sul coinvolgimento e sulla valorizzazione del legame con la comunità. La differenza, non solo terminologica, sembra stare proprio nel «chiedere» ai donatori privati di sostenere l'organizzazione per permetterle di «continuare a esistere» o piuttosto nel «proporre» loro di «farsi coinvolgere» nei progetti e nell'attività di un museo o di un'organizzazione culturale, contribuendo a migliorarne non tanto i bilanci, quanto le ricadute sociali attraverso i programmi che un'istituzione culturale è in grado di offrire alla collettività. Oggi musei e istituti statali non prevedono però, nel nostro Paese, la possibilità della raccolta diretta di fondi dai singoli cittadini e, anche quando le sponsorizzazioni sono possibili, le difficoltà burocratiche sono molteplici. Basti ricordare i non pochi anni che sono stati necessari per consentire a Diego Della Valle di mettere a disposizione 25 milioni di euro per il restauro del Colosseo (suscitando fra l'altro molte polemiche) o a Renzo Rosso per il suo contributo di 5 milioni ai restauri del ponte di Rialto a Venezia. Il dubbio, tutto italiano, di chissà quali vantaggi (superiori alle risorse messe a disposizione) potranno trarre gli imprenditori da questo loro intervento, derivano dal fatto che, nel Paese con la più alta concentrazione di Beni culturali al mondo, non sia stato affrontato fino ad ora seriamente il tema del coinvolgimento del privato nel sostegno alla cultura. Serve dunque una rivisitazione delle norme, un intervento legislativo atto a consentire e a facilitare il sostegno dei cittadini alle attività culturali e a sostenere il restauro del nostro patrimonio storico e architettonico, rendendo davvero conveniente, sotto il profilo fiscale, effettuare delle donazioni. Sarà questo un tema al quale, se eletto, mi propongo di dare il mio contributo, rappresentando le esperienze che ho avuto modo di maturare in questi anni attraverso le centinaia di incontri e di contatti che, nella mia veste di assessore provinciale alla cultura, ho avuto la possibilità di avere non solo in Trentino.