Titus di Rembrandt, realizzato nel 1655 e conservato al Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam. Il figlio del grande pittore nacque nel 1641 e morì nel 1669 dopo aver tentato senza successo la carriera di artista. UN BAMBINO CRESCIUTO TRA I COLORI Facciamo un gioco, oggi. Se apparisse il genio della lampada, e chiedesse: «Cosa vuoi, più di tutto?». Ebbene, voi che cosa gli rispondereste? Certo, non è facile scegliere una cosa sola. Ma io forse gli direi: «Gli occhi di Titus: il suo sguardo». Ecco che cosa vorrei avere. Titus era un bambino fortunato: è vissuto in Olanda tanto tempo fa. Il suo babbo si chiamava Rembrandt, ed è stato il più grande cacciatore di sguardi di tutti i tempi. E quando uno sguardo rimaneva intrappolato nella rete dei suoi colori grassi e spessi, si portava dietro anche il carattere, l'anima, la vita. È per questo che quando guardiamo un ritratto come quello che il suo babbo dipinse a Titus, sentiamo che davvero la pittura è come l'ami - cizia, perché «fa gli uomini assenti esser presenti», e i «morti dopo molti secoli esser quasi vivi». Non fidatevi di chi vi dice che la pittura deve darvi solo emozioni: quale filosofo o quale scienziato può farvi conoscere l'animo umano più profondamente di Rembrandt in questo quadro? Titus è a scuola, in una mattina di sole. È appoggiato ad un banco di legno (e puoi contarne tutte le venature, le rotture, i segni): è di fronte a un foglio bianco, in una mano tiene la penna, nell'altra l'astuccio e il calamaio. Sta pensando a cosa scrivere: sta facendo il suo 'pensierino'. Quante volte, a scuola, siamo stati così, per un secondo, o un minuto. Quante volte, anche dopo la scuola, la nostra mente si è come staccata dal corpo, in una magica sospensione del flusso del tempo e del reale. Quante volte la scrittura è stata, ed è, un vascello pirata, capace di strapparci a tutto e a tutti, per portaci a correre in un oceano di libertà. C'è tutto questo nello sguardo di Titus. Uno sguardo che trabocca di stupore, di curiosità, di ingenuità, di voglia di scoprire il mondo. E non solo il mondo di fuori, ma anche quello di dentro: perché quell'aria incantata ci dice che Titus sta frugando dentro la propria anima. Ci si è perso, si è come ipnotizzato. È lo sguardo di chi sta imparando a scegliere le parole, una per una, per raccontare a se stesso e agli altri quello stupore. Dipingendolo così, Rembrandt ha usato il suo amore per Titus come un'antenna potente per captare qualcosa di profondamente radicato nell'animo umano. Ecco. Conquistare ogni giorno quello sguardo sul mondo di fuori e sul mondo di dentro. E rimanere incantato a cercare, finché le parole non sono quelle giuste per raccontarlo, condividerlo. E, soprattutto, per cambiarlo. Ecco cosa vorrei.