Una sala per le scommesse sportive con accanto una stanza per i videopoker. È la novità che da poco più di un mese Stanleybet ha portato in via dei Serragli, a Firenze. Ma è anche il simbolo di una strada che ha cambiato le proprie sembianze e che, ancora oggi, è in continuo divenire. E, forse, non in meglio. Non basta quella vetrina opacizzata per nascondere le slot machines all'occhio dei passanti. Nel corso degli ultimi decenni, al numero 88 rosso di via dei Serragli, si sono avvicendati un ferramenta, un verniciaio e, infine, un alimentari equo e solidale. Il continuo cambio di insegne è figlio di una crisi in cui le botteghe sopravvivono il tempo di un respiro, ma è testimone anche di cambiamenti sociali e urbanistici che affondano le radici in un passato più distante. Primo tratto Arrivando da largo Nazario Sauro, la prima vetrina di via dei Serragli è quella, al numero 10, una delle botteghe storiche fiorentine, fondata nel 1925: il titolare oggi è Duccio Banchi, bronzista; prima di lui lavorava qui suo padre, Lamberto, in bottega dal '46, «quando sulla strada c'erano ancora le rotaie del tram e quando la bottega era come un cenacolo, dal mio maestro arrivavano tutti gli artigiani della zona a fine giornata, venivano qui a parlare del più e del meno». Almeno fino agli anni '60, tutte le famiglie dei palazzi attorno, lasciavano le chiavi di casa al bronzista; così, in caso di necessità, avevano a portata di mano la chiave di riserva. Spesso capitava che una vicina lasciasse la bambina in bottega al mattino: «Me la tiene vado a fare la spesa?», era la frase di rito. Dopo l'alluvione del '66, il portiere del palazzo di fronte si offrì di custodire gli arredi della bottega del bronzista, in nome della solidarietà di quartiere. Ora, però, molte famiglie fiorentine se ne sono andate da via dei Serragli: nei palazzi lungo tutta la strada ci sono più single e studenti, molti stranieri, stipati in pochi metri quadrati per via degli affitti alti; la maggior parte resta per pochi anni e poi se ne va. Le famiglie più facoltose si tengono gli attici, li usano spesso come seconda casa. Fino a via Sant'Agostino, la strada somiglia più alla lussuosa via Maggio che a una vecchia via di San Frediano: due negozi di antiquariato, Albrici e Paderni e la Domus Aurea, un negozio di abbigliamento vintage, oltre al caffè letterario Cuculia, spuntato al posto di un rigattiere. Secondo tratto Ma una volta superato l'incrocio con via Sant'Agostino, il panorama cambia. Ecco le sempre più rare botteghe di quartiere: piccoli negozi, vecchie insegne, bottegai che hanno visto l'alluvione portare via tutto quello che avevano e che sono rimasti lì, a testimoniare un epoca che non c'è (quasi) più. Spuntano dappertutto nuovi negozi in cui i prezzi bassi vanno di pari passo con la sciatteria delle vetrine e degli allestimenti. Così, al posto di uno storico fotografo, ecco il tutto a «Un Euro», con improbabili chincaglierie in vendita; dove c'era una merceria, spunta un anonimo internet point, mentre l'agenzia immobiliare prende il posto di una polleria. «Peggio ancora» grida uno dei nostri accompagnatori, una delle nostre memorie storiche in questo piccolo viaggi nel cuore dell'Oltrarno, anziano residente il distributore automatico di bibite che rimpiazza le monete del vecchio negozio di numismatica. Venti anni fa, in questo tratto di strada c'era la friggitoria e la bottega celebre per i suoi roventini: «Mi uccido per te», recitava l'insegna, con sopra un maiale che si suicidava con un coltello nella pancia. Altri tempi, i negozi avevano un'anima, magari truce, ma sempre un'anima era. «Ho aperto bottega nell'aprile del '60 racconta Vincenzo Errico all'epoca c'erano una ventina di barbieri nel quartiere, oggi siamo rimasti in due». In mezzo secolo sembra tutto cambiato; ma sono gli ultimi vent'anni ad aver fatto la differenza. Vincenzo se la prende con la zona blu e la Ztl, e con il tira e molla che negli anni '90 portò a chiudere la strada ai non residenti: «Noi bottegai facemmo una sfilata contro la zona blu e il Comune decise di riaprire la strada racconta ma subito dopo la sfilata la fecero i residenti e la zona blu fu rimessa. Alla fine hanno vinto loro». E con i residenti che si arrabbiano contro i troppi autobus, i bottegai rimpiangono invece le vecchie famiglie fiorentine: «Una volta qui si faceva la spesa settimanale dice Roberto Bacci, titolare del "Bottegone", aperto dal 1938 oggi comprano due mele per volta». Però c'è anche chi alla crisi ha provato a dare una risposta: come il bar Rachkova che, una volta chiusa la storica edicola, ha ritagliato un angolo del caffè per la vendita dei giornali. O come Lapo, che da un anno ha aperto l'alimentari bio «Dalle nostre mani», dove un tempo c'era una storica latteria e, poi, una gastronomia tradizionale: il suo bancone in stile contemporaneo, tra pasta fresca e salumi a km zero, ha una ricercatezza che poche botteghe aperte di recente possono vantare. Ma c'è qualcosa di ancora più triste delle tante botteghe improvvisate: sono le saracinesche abbassate da anni, quella del corniciaio, del ferramenta e delle tante sartine. Risalendo via dei Serragli, cominciano a spuntare i laboratori artigianali. Ai numeri 85 e 89 rossi si incontrano due sarte che hanno aperto da poco. Il loro è un vecchio mestiere, ma in tempi di crisi, meglio una toppa di un vestito nuovo. Una ragazza indiana forse ha fiutato una tendenza meno scontata rispetto a un banale minimarket o ad un negozio di chincaglierie. Sarit Mehta sulla sua insegna ha scritto «That's Italy.it»: «Ma le riparazioni non rendono più tanto preferisco concentrarmi su foulards, borse, sciarpe e guanti». «L'arte del cucito» di Chiara ha aperto quattro anni fa: «Conta il rapporto di fiducia con il quartiere. Chi sceglie di venire a stare in questa zona in realtà adora andare per botteghe». Giancarlo, barista de «Il Giardino di Gina» parla della via dei Serragli di una volta citando quasi un bollettino di guerra: «Tra via del Campuccio e via della Chiesa 25 anni fa c'erano due fornai, due ortolani, due macellai, tre pizzicagli, due lavanderie. Ho reso l'idea?». E dove oggi c'è la rosticceria cinese «Grande Ricco», allora c'era la rosticceria nostrana di Roberto, un punto fisso nella domenica a pranzo dei sanfredianini come la merceria della «Lollobrigida» così veniva chiamata la proprietaria per la somiglianza con la grande attrice dove è spuntato un più asettico centro di organizzazione meeting. Il terzo tratto All'altezza di via Santa Maria comincia il lungo tratto residenziale, con abitazioni signorili tra le quali, al 132 nero, soggiornò il grande scrittore americano Nathaniel Hawthorne. In pochi metri i pochi simboli della via dei Serragli che fu: l'enorme «sudario» del Cinema Goldoni, chiuso dal 2004, la chiesa di Santa Elisabetta, che oggi ospita il culto degli ortodossi georgiani, e il centro degli Artigianelli dove c'è ancora una vecchia insegna che indica una saletta cinematografica, chiusa da decenni e il pensionato Pio X. Dentro agli Artigianelli è rimasto Lando Falciai, che lavora la scagliola, il mosaico e il marmo, poi un decoratore e un artigiano che produce vassoi. «Negli anni settanta questi locali erano pieni di laboratori dice Falciai sono almeno una decina quelli che ricordo, tra chi lavorava il legno, l'argento e l'ottone». Anche dopo i giardini Torrigiani e via del Serumido, dove un tempo c'erano solo e soltanto laboratori oggi ci sono le insegne abbassate. Qui, molti negozi avevano su via dei Serragli solo il retrobottega, perché il lato nobile era su via Romana. Ma sono spariti quasi tutti i falegnami, gli argentieri, i bronzisti, gli orafi. Resiste, quasi da sola, Silvia Secciani, che porta avanti la tappezzeria di famiglia aperta cinquant'anni fa. Sul lato opposto, «meno male che c'è Barthel», ci indicano tre donne del quartiere: il negozio di arredamento, infatti, ha i propri laboratori in una corte interna, dove c'erano tante piccole officine sostituite da una falegnameria. Così, all'ingresso di piazza della Calza, le tre anziane scrutano la «loro» strada con malcelata diffidenza. Guardano i «bassi» che hanno preso il posto dei laboratori, con i figli della crisi senza neppure una finestra che dà sulla strada.