Di fronte agli scandali finanziari, economici, politici che tutti i giorni ci affliggono, può sembrare che battere ancora una volta il tasto sul tema della cultura sia perfino risibile. E in effetti lo sarebbe se cultura volesse dire solo musei, opere d'arte, biblioteche, conferenze, mostre, come spesso ci viene presentata (tra l'altro omettendo sempre di parlare della cultura scientifica) e come spesso viene malamente declinata quasi fosse una risorsa alternativa all'industria o finalizzata solo all'industria del turismo. Ma questa impostazione scambia il mezzo per il fine. Perché il fine della cultura è quello di consentire all'essere umano di pensare liberamente, con capacità di critica, con la gioia di poter pensare qualcosa di nuovo e senza il timore di contravvenire alle usanze o alle convenienze. Le opere d'arte e le scoperte scientifiche servono a questo. E, in più, ci danno la possibilità di comprendere che ne possiamo godere assieme, che si tratta di beni comuni e che creare il bene comune è una convenienza per ciascuno. Quest'ultimo argomento è fondamentale, perché la cultura è sempre anche cultura civile, è sempre anche appello alla comunità. E di fronte alla gravità della decadenza civile del nostro paese, solo un profondo, lungo bagno nella cultura può salvarci. A cominciare dalla scuola della Repubblica, vero terreno di cultura di cittadini degni di questo nome. Perché ormai si tratta con ogni evidenza di rifondare il senso della Repubblica, non solo dello Stato, che ne è lo strumento. Il Veneto potrebbe guardare all'esempio degli anni d'oro della Repubblica di Venezia, quando esistette una vera e propria «religione civile» che una classe dirigente lungimirante anteponeva a qualsiasi altro valore: prima la Repubblica! Potremmo dire altrettanto oggi per la nostra (amata) Repubblica italiana? Se guardiamo concretamente i programmi presentati dai partiti attuali - e anche da quelli nuovi - vediamo che la centralità della cultura è largamente assente ma, soprattutto, che è assente il richiamo al valore che essa ha e ai valori che essa dovrebbe cercare di realizzare. Il che è tragico perché significa che l'Italia è destinata ad una decadenza lunga, all'immiserimento dei suoi cittadini, a divenire preda di forze interne ed estere che tutto hanno in mente tranne il bene della Repubblica. Andremo a votare, alla fine di questa settimana: prima di andarci, leggiamoci un po' di programmi e vediamo quale può essere il «meno peggio». Ma, soprattutto, mettiamoci bene in testa che toccherà a ciascuno di noi, anche dopo il voto, cercare di pensare e fare pensare alla cultura e alla sua forza civile. L'alternativa è la schiavitù nell'illusione che vivere da servi possa essere una vita tranquilla. Non è così, perché i servi, alla fine, sono quelli che pagano per tutti.