Riccardo Tozzi - Marco Polillo Presidenti di Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche, audiovisive, multimediali) e Aie (Associazione italiana editori) Un ventennio di degrado di tutti gli aspetti della vita sociale ha condotto l'Italia alla depressione economica e psicologica. La cultura è la principale risorsa potenziale per risollevare le energie del Paese. La sola in grado di generare al tempo stesso crescita economica e civile; di creare lavoro qualificante per i giovani; di rendere migliore la qualità della vita dei cittadini; di proporre all'estero un'immagine dell'Italia più giusta di quella canagliesca che la nostra cronaca ci ha incollato addosso. Le attività culturali nella modernità si incarnano nella vita delle imprese. Una politica per lo sviluppo della produzione di cultura è prima di tutto una politica industriale. L'industria culturale italiana a partire dagli anni 80 ha vissuto una forte crescita. Cronologicamente, prima con la fiction televisiva, poi con la musica, il romanzo e infine il cinema, i prodotti culturali italiani hanno riconquistato il mercato interno e si sono affacciati su quello internazionale. Le classifiche degli incassi, degli ascolti e delle vendite non hanno mai visto tanti titoli italiani nei primi dieci come in questi anni Duemila. Si tratta dunque di una grande risorsa che può costituire un motore di sviluppo per il Paese. La crescita delle quote di mercato interno dei prodotti culturali italiani non si è però tradotta in una crescita complessiva del mercato e delle sue strutture, soprattutto per la totale assenza di visione e azione politica. La fetta italiana della torta è cresciuta, ma la torta (i consumatori di cultura) è rimasta la stessa. In queste condizioni di fragilità strutturale, l'impatto dell'attuale crisi economica è dirompente, ha arrestato la crescita e innescato una pericolosa recessione dell'intero settore. Per rilanciare la produzione di cultura servono interventi generali e interventi specifici. Le associazioni che rappresentano l'industria culturale italiana (editoria, cinema, musica, fiction) hanno elaborato programmi precisi di intervento per i loro settori e, per cinema e fiction, lo hanno fatto anche gli autori (rappresentati dall'associazione «100 autori»). Molte delle azioni necessarie sono a costo zero. Questo patrimonio di conoscenza ed elaborazione, certamente il più denso di competenza, è a disposizione delle parti politiche. Ma nessuno ha minimamente pensato a interpellarlo. Peggio: nessun politico italiano in questa campagna ha pronunciato le parole «industria culturale». Di fronte alle contestazioni, rispondono: «Ci pensiamo noi». Ma quando? E con quale retroterra di esperienza, studio ed elaborazione? Quanto alle questioni generali, ce n'è una dominante: l'istruzione. Se nella scuola italiana non si introdurranno la frequentazione, la conoscenza e l'uso di oggetti culturali (libro, musica, cinema), non aumenterà mai il «circolo dei cinque milioni»: tanti sono (meno del 10 della popolazione) gli italiani che in un anno hanno un'abitudine alla fruizione dei prodotti culturali. Se non si creeranno centri di formazione di eccellenza, la diffusa creatività dei giovani italiani non diventerà, se non eccezionalmente, professione. Due soli esempi: in Israele, Paese di sette milioni di abitanti, ci sono 25 scuole di cinema e 260 licei con corsi strutturati di cinema. In Italia di scuole ce n'è una sola esterna al perimetro di competenza del ministero dell'Istruzione e finanziata dal Fondo unico per lo spettacolo e di corsi strutturati di cinema non abbiamo notizia. Il governo brasiliano ha appena stanziato 35 milioni di dollari per la diffusione all'estero della conoscenza della loro letteratura, mentre da noi le risorse messe a disposizione vengono continuamente ridotte e ammontano ormai a poche centinaia di migliaia di euro.