Tra quadri, bozzetti e oggetti della quotidianità, la fa da regina Roma, che era la sede naturale dell'esposizione L'EVENTO Cinquecento oggetti d'arte raccontano un'epoca per certi versi, forse, ancora scomoda. «Alcuni non si vedevano dagli Anni 20, quando furono creati; altri, sono conservati dove non si possono ammirare», racconta Gianfranco Brunelli, il coordinatore di Novecento, arte e vita in Italia tra le due guerre (a Forlì, fino al 16 giugno, cat. Silvana). E il curatore Fernando Mazzocca dice: «Ho voluto raccontare una storia: quella dei miti e dei protagonisti, fino alla prima metà del secolo scorso; e l'ho divisa in 15 sezioni, più un preambolo quattrocentista, perché lì s'ispirano». Uno dei tanti splendidi Casorati, un ritratto di due metri esposto solo nel 1924 a Pittsburgh, sembra Piero della Francesca. Qui c'è tutto: la grande pittura e la scultura del regime, il design e la pubblicità, l'architettura con i piani regolatori, la moda e il «come eravamo». Con parecchi autentici capolavori, cui il corso della storia ha forse impedito un meritato successo. Per carità: fa (ancora) un certo effetto vedere il duce nella Maschera di Adolfo Wildt (per la Casa del Fascio di Milano, 1923), o il triestino Cesare Sofianolupo che lo ritrae come un condottiero del Montefeltro, si ispira alla Vergine delle Rocce di D'Annunzio, ma dietro c'è la Rocca delle Caminate; o Primo Conti, che lo immortala come fosse Garibaldi o Napoleone in sella. Per questo godere di tante bellezze implica un viaggio fino a Forlì? La sede naturale della mostra era certamente Roma. Magari, non le Scuderie del Quirinale: troppo para-istituzionali. Però la Galleria d'Arte moderna. E lasciata totalmente. ROMA PROTAGONISTA Perché la Capitale, in questa mostra, la fa da regina. I bozzetti delle statue dello Stadio dei Marmi, realizzate o no; i progetti per l'Eur, E 42: anche una splendida panca per il pubblico; un «tutto Piccinato» che rifà Brescia e inventa i mobili per la casa di Fiammetta Sarfatti (1933) e quello per il presidente dei Mutilati di guerra; splendido un Giacomo Balla la trasvolata atlantica di Italo Balbo, ma sepolto nello Stato maggiore dell'Aeronautica; formidabile la fontana firmata da Gio Ponti e Lucio Fontana, comperata dal re all'Esposizione di Monza del 1930, e da allora al Quirinale. Ci sono i bozzetti di Duilio Cambellotti per il Palazzo del Governo di Littoria, ormai Latina, e altro. I GRANDI «È la più grande mostra del Novecento mai organizzata», spiega il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio, Piergiuseppe Dolcini; poi, chiarisce che, sia chiaro, «il giudizio è quello che deve essere: la Costituzione l'ha definito». Mazzocca punta sul «richiamo all'ordine»: per questo c'è anche un Picasso dell'epoca, accanto a infiniti eroi muscolosi firmati Giorgio De Chirico e Achille Funi. Con loro, gli eroi dell'epoca: gli autoritratti di Funi e Pietro Annigoni. Con Felice Casorati che immortala Alfredo Casella; De Chirico, Massimo Bontempelli; Funi, Margherita Sarfatti. Gregorio Sciltian immortala un giovane Giovanni Scheiwiller, e dedica un omaggio a Roberto Longhi. Ma su tutti (i Cagli e Pirandello, i Carrà, gli Oppi e Carena, i Ferrazzi), i dipinti di Casorati: il Concerto, della Rai, e una Conversazione platonica assai voyeurista, e vista solo nel 1926. La Maternità di Gino Severini è il simbolo della mostra e introduce un'apposita sezione dedicata al tema. E infine, tre «chicche». Una sezione di manifesti da cui si scopre che nel 1934 c'era già il caffé Illy; una in cui fantastici abiti provenienti da Palazzo Pitti e scarpe, fanno da pendant a gigantesche statue per lo più sportive. E una serie di 22 piccoli formati di Mino Maccari. Lui, già prima dell'8 settembre e in buona parte una sola settimana dopo, Mussolini lo prende in giro: lo mette al guinzaglio del re; lo rende più o meno King Kong. Serie appartenuta, bisogna ricordarlo, a Giuliano Briganti. POSTER E STORIA La Nuova Balilla è con il Marsala Florio; l'incredibile tavolo di Franco Albini nella casa del trasvolatore Arturo Ferrarin con l'iperrealismo di Cagnaccio di San Pietro; il bozzetto per l'Athena di Roma (Arturo Martini per La Sapienza: non bisogna guardarla prima degli esami, si giura porti male) con quelli per il Liviano di Padova. Le poltrone per gli uffici di Riccardo Gualino, grande intellettuale e potenza economica, sono firmati da Giuseppe Pagano e Gino Levi Montalcini; la storia si salda: il primo, dirige Casabella fino al 1943 e realizza la Bocconi a Milano, con parte dell'università di Roma; il secondo, era fratello del Nobel Rita. I ricordi e la storia, in mostra a Forlì, dove sono stati bravissimi. Già: ma perché a Forlì? Fabio Isman RIPRODUZIONE RISERVATA