Incoerenza progettuale e cachet lirici oltremisura, farraginosità degli ingranaggi burocratico-ministeriali, cortocircuito tra formazione, divulgazione e produttività. A completare il quadro, la disgregazione fra i diversi organismi di un sistema musica che a Napoli e in Campania, al pari delle altre realtà regionali, rischia l'implosione entro l'ormai critica economia nazionale. Nodi nevralgici, qui come in Italia, di una forma d'arte e di cultura dall'inesorabile declino, messi a fuoco e denunciati al tavolo nel bel confronto intitolato «Per cambiare musica!», organizzato ieri mattina dall'Aemas-Accademia Europea di Musica e Arti dello Spettacolo, a un passo dal cambio di legislatura. Renato Quaglia, manager culturale, docente e primo artefice del Napoli Teatro Festival, ha lanciato l'idea di «una riforma strutturale per scrollare le Fondazioni lirico-sinfoniche italiane dal conformismo e da una logica aziendalistica "feudale", praticamente di auto- sostegno», lontana anni luce da quei modelli europei di cui nell'occasione è stato portavoce Peter Theiler, sovrintendente dello Staatstheater di Norimberga. «In area germanica - ha detto - sono le Compagnie stabili ad ammortizzare i costi», quanto a frenare il giro di agenzie. Gioacchino Lanza Tomasi, docente a Palermo nonché ex sovrintendente del San Carlo negli anni pre-commissariamento, ha invece rilevato tre obiettivi primari: «Un ministro per la Cultura più forte, la qualità per recuperare acquirenti oltre che dignità, la riacquisizione del gusto delle regole». A seguire, Luigi Maria Sicca, docente presso la Federico II, ha suggerito l'intervento «sulla totalità della filiera». Di matrice storico-critica quanto aggiunto da Dino Villatico e, a chiusura, l'impegno di Gennaro Migliore, candidato Sel, a sostegno non solo delle giovani orchestre ma di un intero settore, da riconsiderare quale «risorsa economica» e «diritto della società», attraverso chiavi di volta ben precise: «identità, confronto extranazionale e rispetto delle vere competenze».