Il museo di Rovetta lanciato dal Fai Della mostra era già stato stampato il catalogo, in decine di copie. Delle sale che avrebbero dovuto ospitare l'esposizione permanente era già partito il restauro. Un anno fa. Ma né la mostra né i lavori sono arrivati alla fine. Cosa abbia spinto la Fondazione Fantoni a battere a tappeto mezza provincia per aggiudicarsi il primo posto in Lombardia nel censimento del Fai sui Luoghi del cuore lo riassume bene la vicenda dei suoi 57 quadri. Donati dagli eredi della storica famiglia di Rovetta nel 2001, la Fondazione decide di esporli prima in una mostra allestita con il Comune e poi definitivamente in uno spazio che si vuole restaurare all'interno della casa-museo che sta in centro al paese. Sembra che non ci siano ostacoli, l'Unione europea promette i fondi. Un bel giorno, però, e non si capisce bene il perché, i soldi non ci sono più. E addio pinacoteca. In 8.497 hanno aderito all'iniziativa del Fondo per l'ambiente italiano, firmando perché il patrimonio dei Fantoni non venga abbandonato. All'ingresso del museo un cartello ringrazia chi ha aderito. Varcata la soglia, è proprio come dice il direttore Lidia Rigon: «Non ci si aspetta un tesoro simile». È tutto conservato nei minimi dettagli. Le sculture in legno, le prime opere in marmo, i crocefissi, i disegni, i dipinti. E poi le sale, a cominciare dalla cucina con l'enorme camino in pietra e gli utensili di una volta, fino alle stalle e al cortile dove secoli fa sorgeva la bottega. Comincia tutto da lì, nel Quattrocento, quando il primo dei Fantoni, Bertulino de Fantonis, si stabilisce in paese «e inizia a lavorare da marangone, faceva il falegname», spiega Marilena Rossini, 57 anni, guida del museo. Passano le generazioni e i Fantoni si specializzano nella lavorazione del legno, poi del marmo. Si occupano saltuariamente anche di progettazione architettonica. Tra la fine del 1600 e l'inizio del '700, in particolare con Andrea, raggiungono l'apice del successo. La figura chiave che ha dato il «la» allo studio e alla conservazione del patrimonio è però il primo dei non-artisti, Luigi, avvocato e letterato, che nell'Ottocento inizia, tra l'altro, a riacquistare le opere vendute. Un secolo più tardi, nel 1968, con Giuseppe Fantoni nasce la fondazione e nel 2001 le ultime due eredi della famiglia cedono l'intero edificio che oggi ospita la casa-museo, compresi gli arredi e le opere. «Potremmo raddoppiare l'area espositiva spiega Rigon . Il progetto per la pinacoteca, che prevede anche il recupero di un'altra sala e la realizzazione delle toilette per i disabili, è pronto, addirittura un anno fa erano cominciati i lavori. Avevamo partecipato a un bando Ue che coinvolgeva altri comuni della Presolana e incassato una piccola parte di denaro. Quando tutto si è bloccato, abbiamo dovuto restituire anche quel poco». Servono circa 400 mila euro, che la Fondazione non ha e non sa come trovare. «Al momento prosegue Rigon ci limitiamo a sopravvivere: bollette, personale, manutenzione ordinaria. Soldi non ce ne sono e tutti i bandi pubblici sono per progetti nuovi, co-finanziati e da realizzare in tempi brevi. Non solo: la Regione ha aumentato le quote minime dei progetti e questo taglia le gambe a realtà piccole come la nostra». La prossima estate si riuscirà a malapena a organizzare la mostra di disegni che ogni anno viene allestita nel fienile riadattato a piccola sala espositiva. Per quella dei quadri bisogna aspettare.