Un «vuoto» urbano che inghiotte euro I l vuoto urbano di Piazza Rovetta si è posto ciclicamente all'attenzione degli amministratori e dei cittadini. Nel quadro degli interventi di riqualificazione previsti dal Piano regolatore del 1977 ci fu una proposta di Benevolo, illustrata nella mostra Brescia Moderna. Il progetto prevedeva la copertura del mercato con una struttura a travatura reticolare contenente nel suo spessore l'ampliamento degli uffici della Loggia e una nuova sala consiliare. La copertura, su tre livelli lievemente sfalsati, era sorretta da fasci di tubi metallici del diametro di 15 centimetri. Al di sotto, il pavimento del piano aperto a livello del suolo riproduceva con campiture in mattoni, il disegno degli spazi occupati dagli antichi edifici demoliti. Il progetto, di forte impatto, denunciava apertamente i suoi riferimenti: il progetto di Samonà nel concorso per l'ampliamento di Montecitorio (1967) e la piazza coperta di Kenzo Tange per l'esposizione di Osaka. Non se ne fece nulla. Anche la proposta «giocosa» dell'architetto Marco Fasser, nel 1987, riprendeva il disegno planimetrico delle costruzioni demolite alla fine dell'Ottocento in base al piano di risanamento di via San Faustino e nel 1939 per creare lo spazio necessario alla costruzione di nuovi uffici comunali. Ponendosi criticamente rispetto alla nozione stessa di arredo urbano, Fasser prevedeva non solo una ripavimentazione che rispecchiava l'articolazione planimetrica del demolito, ma anche un piccolo congegno, quasi un'installazione artistica. Sulla base di un dipinto del 1851 di Gian Battista Ferrari, riproducente lo stretto spazio antistante il lato nord della Loggia, chiuso tra le case e occupato da un laghetto con al centro un largo molo, proponeva «una grande vasca d'acqua che riproduca le dimensioni del cavedio e del molo e che presenti raffigurata sul fondo l'immagine riflessa del luogo ritratta dal Ferrari». L'operazione di Fasser, più leggera, era capace di evocare il palinsesto urbano e anche, come un artificio di teatralità urbana di età barocca, di suscitare meraviglia. La sistemazione di Piazza Rovetta torna nel Prg di Secchi, anno 1997, che affronta il tema attraverso lo strumento dello schema di progetto. La lettura che dà del luogo è decisamente improntata al mantenimento del vuoto, valorizzandone programmaticamente le potenzialità di luogo centrale per i pedoni, la sosta, lo svolgimento del mercato, «di giorno e di notte». Tutte le indicazioni progettuali sembrano concentrarsi sul progetto di suolo, sul valore dei cambi di pavimentazione in rapporto alle differenze di quota e di uso, trattando con estrema laconicità la pensilina: «La struttura della copertura sarà preferibilmente metallica, la copertura metallica od in altro materiale idoneo». Sulla base dei curricula pervenuti venne incaricato il professor Giorgio Lombardi, urbanista di formazione, allievo di Benevolo, già impegnato in progetti di recupero del centro storico e coautore del un progetto di risistemazione delle piazze centrali (poi accantonato) con Andreas Brandt. L'esito non fu per nulla entusiasmante, più schematico dello stesso schema di progetto: la pensilina apparve più povera che essenziale, con dettagli privi di qualsiasi appeal, non per scelta minimalista ma per deficit progettuale. Esteticamente non elegante, funzionalmente quasi inutile, la pensilina è comunque stata metabolizzata dal contesto urbano, forse proprio per la sua assenza di qualità spiccate. Il mercato coperto che si svolgeva vedeva una massiccia frequentazione di cittadini, soprattutto extracomunitari: nello scacchiere urbano di chi divide i cittadini in «noi» e «loro», la pensilina, come i giardini di via dei Mille (ribattezzati dalla voce popolare Gorky park) era «loro». È chiaro che questa pratica urbana e il suo valore simbolico sono il vero obiettivo di una doppia ossessione identitaria della giunta: impedire che un luogo centrale non esibisca caratteri di «brescianità autentica» e cancellare i segni della giunta precedente, lasciare il proprio segno, verrebbe da dire, quale che sia. Da qui la decisione di rimuovere prima, con pregiudizio della integrità progettuale, le panchine, e poi la stessa pensilina. È Massimo Minini, ancora una volta, a scuotere un'opinione pubblica che pare non reagire all'annuncio del trasferimento, e che prima di dividersi sulla sua opportunità, pare fuorviata, ancora confusa dalla memoria della delusione che accompagnò la realizzazione del manufatto. La domanda non era se ti piace o no la pensilina quella semmai andava posta prima, prima si sarebbe dovuto chiedere, e ad una altra amministrazione, di mantenere un profilo più elevato di intervento ma se sarebbe stato giusto o meno spostarla. Vi furono alcuni interventi sui quotidiani, molti interventi sui blog locali, in particolare su quelli di Francesco Onofri e di Laura Castelletti, e il dibattito culminò in un'assemblea pubblica, sotto la pensilina, con Minini e Pierre Alain Croset; la stragrande maggioranza delle opinioni, pur non stimandone la valenza architettonica, era contraria, individuandone saggiamente il carattere di non priorità soprattutto in relazioni ai costi stimati. Ciò nonostante la giunta prosegue, la pensilina viene smontata e nel 2009 viene bandito un concorso di idee. Partecipano 105 progetti provenienti da tutta Italia. La proposta prescelta è frutto della matita di un valente professionista bresciano, tecnicamente capace, Giuliano Venturelli, che però propone un oggetto di design dal carattere atopico se non addirittura antiurbano. Un'architettura che nega il rapporto con il suolo, con l'attacco a terra, disconosce gli allineamenti, rifiuta il confronto con le facciate, denunciando una ansiosa provvisorietà che la precedente pensilina, pur nella sua povertà architettonica, aveva saputo, proprio grazie all'uso che nonostante tutto se ne faceva, placare. Il cosiddetto «cubo bianco», ospite inquietante del cuore urbano, suscita più lo scontento del dibattito che avrebbe meritato, e, in conseguenza anche dei costi (un milione e mezzo circa) abbandona la piazza dove si era posato per lo spazio di un sogno, il sogno cavalcato soprattutto dall'assessore ai lavori pubblici Mario Labolani, lasciandola più spoglia di prima. A questo punto sbuca la nuova proposta: installare, sia pure provvisoriamente, un teatro dei burattini. Stavolta è realizzata low cost (40 mila euro) ma anche low profile: erba sintetica e 4 panche in corten laterali, un fabbricato da cantiere con anteposta una facciata in legno non finita, il tutto racchiuso da una rustica staccionata. Omettiamo ogni considerazione sulla qualità architettonica e sulla localizzazione (non sarebbe stata più adeguata in un giardino pubblico, magari anche senza carattere di provvisorietà?), per riportare un commento colto al volo: «Che i ga fat che ? El teater dei buratì? Bel ga olares na pensilina però». Riassumendo: si sono spesi 400 mila euro circa per lo spostamento, 100 mila per fare il concorso, 40 mila per una sistemazione provvisoria: mezzo milione di euro per fare un salto all'indietro. Pare che la tanto declamata «politica del fare» venga compiutamente declinata solo nella modalità del disfare e soprattutto, quando, faticosamente, vuole tornare propositiva, sottovaluti la necessità di pensare prima di fare.