Forse le avete viste le vecchie foto all'albumina, paesaggi di carta, toni bruni, sotto una didascalia: vedute del Foro Romano coi greggi a pascolare, e altre greggi nella campagna traversata dalle arcate di un acquedotto perso all'orizzonte. E poi le foto dei monumenti che identificano le città: Torino e la Mole, Roma e il Colosseo, Ferrara e il Palazzo dei Diamanti, Bologna con la Garisenda e gli Asinelli, Genova e il faro, Palermo e la cattedrale, Napoli col pino di Posillipo adesso scomparso, ma quelle foto la forza del mito circolano ancora. Ecco, la storia del paesaggio, del nostro paesaggio, è cominciata così, con le grandi campagne fotografiche di pochi creatori, James Anderson, un inglese stabilitosi a Roma, Giorgio Sommer a Napoli, Carlo Naya a Venezia, gli Alinari e Brogi a Firenze e altri ancora. Sommer e Naya dialogano con la veduta dipinta anche settecentesca, ma, poco a poco, la foto si trasforma e dalla immagine di paesaggio, salvo rari casi, si passa ai «monumenti». Dunque le fotografie, fra la metà e la fine dell'800, si confrontano progressivamente con una mitologia diversa da quella delle campagne e dei pastori, memorie bucoliche dell'antico, e diventano altro: immagini politiche. Così gli Alinari, Anderson e Brogi, progressivamente, scelgono un altro paesaggio, puntano su una architettura identitaria di ciascuna città, quindi i monumenti assumono una funzione «politica». Gli atelier fotografici creano una documentazione a tappeto delle opere d'arte che passerà nei volumi di storia, a cominciare da quella di Adolfo Venturi, e i monumenti diventeranno anche schemi della memoria collettiva attraverso le cartoline illustrate, quelle con su scritto «vera fotografia» che tutti spediscono, collezionano, rammentano. E dopo? Dopo, tutto resta stabile fino all'epoca fascista dove le prospettive di scorcio dei monumenti romani, ma non solo, fissano una nuova retorica, appunto «imperiale», che è poi quella dei ritratti del Condottiero. Sappiano come è finita. Nel secondo dopoguerra domina, per due decenni almeno, la foto realistica, di documento della vita e dei contrasti sociali, foto che scopre il lavoro vero, in campagna e in fabbrica, senza epos, senza mitologie. Ma anche qui, da una parte vediamo foto di impegno civile, dall'altra immagini mitiche del naturale, come quelle di Giacomelli; altri scelgono il paesaggio urbano, reinventandosi una brumosa Milano delle periferie come fa Ugo Mulas, mentre Gianni Berengo Gardin mitizza le pietre della Venezia raccontata da Ruskin, e Uliano Lucas, dentro la città, racconta i conflitti ma anche i muri e l'ossessione delle pubblicità. Poi, tra fine anni '60 e primi '70, la contestazione attraversa i paesi dell'Occidente e trasforma la fotografia: la banale, ripetitiva foto familiare delle gite fuori porta, immagini a dominanti gialle delle pellicole di consumo, sono lo stimolo per cogliere i gesti rituali, l'ossessione del condizionamento. Luigi Ghirri pensa dunque a un nuovo «Viaggio in Italia», non quello mitico, plurisecolare, dell'intero Occidente alla ricerca della Roma antica e poi di quella di Raffaello, Bramante e Michelangelo, non quello dei monumenti simbolo di una Italia unita e delle sue cento città, ma un viaggio alla scoperta del diverso, dell'assurdo, del messo ai margini. È Ghirri a unire tutti coloro, ciascuno con diverse storie, che avevano rifiutato il consumo delle immagini, da Mimmo Jodice a Gabriele Basilico, da Olivo Barbieri a Cuchi White, a Claude Nori, a Vincenzo Castella, a Gianni Leone e tanti altri. Si scopre così una nuova immagine dell'Italia, i nanetti nel quadrato verde davanti alle case a schiera di periferia, lo spazio vuoto della spiaggia di Rimini d'inverno, le luci calde delle fiere di paese nel buio delle campagne. Una rivoluzione che dura oltre gli anni '80 e che Ghirri, prematuramente scomparso, non potrà seguire. E dopo? Dopo viene la crisi e, con questa, il rifiuto delle mitologie. Ecco allora la polemica tagliente di Francesco Jodice sul degrado urbano; i «viraggi», colori freddi di una Milano senza tempo e assediata dalle auto, di Gianni Pezzani; lo sguardo amaro e intenso di Aniello Barone su una campagna napoletana dove dal nulla affiorano enormi colline, discariche a cielo aperto: nuovi, moderni, angosciosi «monumenti». Tramonta così l'antica immagine del paesaggio italiano.
Dalle Chiese al Degrado, l'Ossessione del Monumento
Il testo descrive la storia della fotografia italiana, dal XIX secolo fino agli anni '80. Inizialmente, le fotografie rappresentano paesaggi e campagne, con artisti come Giorgio Sommer e Carlo Naya. Tuttavia, con il passare del tempo, le immagini iniziano a concentrarsi sui monumenti e sull'architettura, diventando un'immagine politica. Negli anni '60 e '70, la fotografia italiana subisce un cambiamento con l'arrivo della contestazione, che porta a una nuova ondata di fotografi che cercano di catturare la realtà e la vita quotidiana. Luigi Ghirri è un esempio di questo cambiamento, con la sua fotografia che cerca di scoprire il diverso e l'assurdo.
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