È stato per anni un'enclave all'interno della Zona industriale di Catania. Sconosciuto ai più, aveva dalla sua risorse pubbliche e piani di ricerca che sulla carta potevano dare grandi risultati. E invece per tutti il Parco scientifico e tecnologico della Sicilia, società consortile a prevalente capitale della Regione siciliana ma con una buona partecipazione dei privati, creato nel 1991 ma attivo dal 1994, era percepito solo come un grande "stipendificio": soltanto costi e nessun risultato. Questo nell'opinione corrente senza nulla togliere all'impegno di chi ha guidato in questi quasi vent'anni il Parco. Sicché la prima battaglia che Marco Romano, giovane presidente proveniente dai ranghi universitari, ha dovuto affrontare quando un paio di anni fa è stato nominato alla presidenza, è stata quella di rinnovarne l'immagine. Soprattutto per far capire al mondo economico non solo siciliano che il Parco non è un'enclave chiusa da guardare con sospetto ma una struttura al servizio delle imprese. Ci ha provato per oltre dieci anni il predecessore Antonio Catara. Lo ha raccontato di recente un incontro organizzato dalla Banca d'Italia: «La nostra missione spiega il presidente è quella di creare valore con una partecipazione aperta a tutti. Il nostro è un modello collaborativo tra ricerca, imprese e territorio. Con un dovere preciso: uscire dai laboratori per trasformare la conoscenza in risultati di ricerca e l'innovazione in business». Tutto ciò anche in presenza di una spending review avviata dalla Regione siciliana che penalizza e non poco la gestione di questa struttura «considerata a torto una delle tante società da privatizzare insiste il presidente , mentre rappresenta la felice sintesi tra pubblico e privato, l'alleanza perfetta tra imprese e mondo della ricerca. Eppure secondo l'allora assessore all'Economia Gaetano Armao anche noi rientriamo nel novero degli enti regionali cui applicare tagli e criteri anche per utilizzare il personale». Tra i paradossi del Parco vi è che la Regione siciliana detiene l'88 delle quote societarie, ma non paga nulla e così tutte le spese restano a carico dei privati che sono rimasti. S'insiste molto sulla progettualità e sulla capacità di fare rete con altre istituzioni per poter continuare a fare ricerca e tenere viva una struttura dalle grandi potenzialità: i progetti industriali sono circa 55 in settori diversi tra loro come le nanotecnologie, la microbiologia e le tecnologie alimentari, i biopolimeri, l'agroenergia e i beni culturali. Tra le alleanze quella con il parco tecnologico padano e le relazioni con soggetti di ricerca anche stranieri, persino in Cina. Il Parco, poi, partecipa a tre distretti tecnologici: Agrobio e pesca ecocompatibile, Navtec (trasporti navali, commerciali e da diporto) e micro e nano sistemi. Oltre a essere capofila del distretto biomedico in via di costituzione di cui fanno parte università, centri di ricerche e aziende: «Il distretto biomedico siciliano, che si costituirà ufficialmente nelle prossime settimane, fa parte delle eccellenze che costituiscono il patrimonio italiano della ricerca da proporre in Europa ha affermato Fabrizio Cobis, dirigente della direzione generale per il coordinamento e lo sviluppo della ricerca del Miur nel corso di un recente incontro proprio a Catania per investire bene le risorse comunitarie disponibili non bisogna più operare individualmente ma all'interno di un sistema. Valorizzare un territorio non equivale soltanto a fornire finanziamenti ma soprattutto a individuare i migliori ambiti di competenza e favorirne condizioni di contesto stabili. Ecco perché il Distretto biomedico e il Progetto Siasops hanno potenzialità nazionali e internazionali ma con positive ricadute per le politiche di sviluppo locale». Se vogliamo parlare di budget, gli investimenti totali ammontano a 47,2 milioni da quando il parco esiste mentre quelli pianificati nel triennio 2011-2015 raggiungono quota 22,2 milioni. Ma nonostante l'impegno e anche le collaborazioni con gli incubatori di impresa il parco siciliano stenta a far germogliare dentro di sé nuove aziende innovative: «Il nostro vero traguardo è quando la ricerca diventa business incalza il presidente premiando l'esperienza e la competenza e tramutandoli in risultati. Tra i nostri obiettivi c'è per esempio il progetto Smart4 Sicily: si tratta di un sistema permanente di sostegno alla ricerca industriale per il trasferimento alle imprese delle tecnologie e dell'innovazione presenti sul territorio. Una piattaforma virtuale per il matching tra domanda e offerta di tecnologie, competenze, spazi fisici e finanza. Presto le imprese protagoniste di questa rete potranno accedere alla piattaforma web delle tecnologie del territorio, pubblicate e condivise dai ricercatori con le informazioni sulle attività svolte, in corso e future». A questa logica rispondeva il progetto di integrazione con Sviluppo Italia Sicilia: in quel caso il parco poteva essere al servizio di imprese che avrebbero investito nell'isola, ma anche per la nascita di nuove imprese. Una collaborazione che continua, soprattutto per quanto riguarda l'incubatore di imprese di Messina che fa capo appunto a Sviluppo Italia Sicilia. Ma qualsiasi strategia di sviluppo, di crescita del Parco non può prescindere dal ruolo della Regione siciliana: il progetto del Parco, anche sull'esempio di altre strutture simili, è quello di aprirsi ancora di più ai privati, di farli diventare determinanti nelle scelte di governance: «Siamo pronti a dialogare e discutere con chi è interessato, anche per compiti istituzionali, a rafforzare la ricerca al servizio delle aziende».
SICILIA - Catania crea Smart4 Sicily
Il Parco scientifico e tecnologico della Sicilia è un ente consortile che ha avuto una immagine negativa per anni, considerato un "stipendio" senza risultati. Tuttavia, il nuovo presidente Marco Romano ha iniziato a lavorare per rinnovare l'immagine del Parco, enfatizzando la sua missione di creare valore con una partecipazione aperta a tutti. Il Parco ha una struttura collaborativa tra ricerca, imprese e territorio, e ha investito 47,2 milioni di euro da quando esiste. Tuttavia, il Parco stenta a far germogliare nuove aziende innovative, e il suo vero traguardo è quando la ricerca diventa business.
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