Nei pressi della Cappella degli Scrovegni dovrebbero sorgere grattacieli e un auditorium: rischi gravissimi per il monumento affrescato da Giotto Firenze. Molto viva e partecipata la giornata dell'11 febbraio al Kunsthistorisches Institut dedicata alla Cappella e alla cripta degli Scrovegni, a cura di Chiara Frugoni, Alessandro Nova e Salvatore Settis, avente per tema gli scottanti problemi che riguardano uno dei monumenti più celebri dell'Occidente: erano infatti presenti personalità competenti in materia, quali gli ingegneri Pietro Matracchi e Girolamo Zampieri, studiosi come Bruno Zanardi, Tomaso Montanari, Salvatore Settis, oltre a Giuliano Pisani, presidente della Commissione Cultura del Comune di Padova e Renzo Fontana di Italia Nostra. A far scoppiare il caso Scrovegni, col conseguente appello lanciato da Nova e da Steffi Roetgen, sollecitati da Pisani e dagli Amici del Piovego, e firmato da oltre cinquemila persone con l'appoggio del Fai e di Italia Nostra, è stata la decisione del Comune di Padova di edificare un'area pubblica di 143mila metri cubi in stretta prossimità della cappella, con scavi ingentissimi. Un progetto che non solo muterà completamente lo skyline della Bisanzio d'Occidente (sono previsti due grattacieli e un poderoso auditorium), ma soprattutto rischierà di provocare gravi deformazioni volumetriche e distorsive al sottosuolo e alle falde acquifere, con cedimenti assoluti e differenziali che potrebbero manifestarsi in periodi lunghi e successivi, come indicato da Luigi D'Alpaos, i cui studi sono stati più volte evocati. Sotto alla cappella degli Scrovegni vi è una sorta di cripta, di cenobio, una sala fornita di prese d'aria sull'esterno, da cui penetra la luce, con le volte affrescate da stelle di epoca trecentesca (forse di Giotto, forse successive). La funzione di quell'ambiente non è chiara: forse una sala consiliare, forse un refettorio dei frati, un luogo in cui era comunque previsto arrivasse l'acqua, tramite un condotto tuttora esistente. Ma l'innalzamento progressivo del livello del canale Piovego, adiacente alla cappella (forse maggiore da quando il canale non più è dragato per la navigazione) porta al costante semiallagamento di quell'ambiente e le pompette installate non risolvono l'inconveniente. Lo scenario rischia poi di aggravarsi una volta costruiti torri e auditorium. Accanto a questo problema scottante, vi è quello, esposto da Pietro Matracchi, del cordolo di cemento armato che, insieme alla capriate in acciaio, fu messo nel tetto della Cappelle nel 1962-63: in caso di scossa sismica, il cordolo avrebbe l'effetto devastante di opporre una struttura di grande rigidità a quella flessibile dei muri con gli affreschi di Giotto. Curiosamente, il restauro degli affreschi compiuto dall'Istituto Centrale per il restauro di Roma nel 2001-02 (reso necessario dai danni alla cappella ormai risalti al terremoto del Friuli del 1976), non ha affrontato né il problema delle acque meteoriche di riflusso, né quello del rischio antisismico, pur previsti entrambi nel progetto di restauro redatto nel 1995-96, né provveduto a eliminare i rozzi setti murari, che furono costruiti nell'ultima guerra con l'illusione di arginare eventuali crolli della cappella. Insomma ci si è occupati solo di ridare colori smaglianti alle pitture di Giotto, che possiamo però ammirare ora nel risibile tempo di una visita limitata a 12 minuti. Bruno Zanardi ha espresso perplessità riguardo gli studi compiuti in occasione di quel restauro, come la teoria di un unico grande ponteggio per dipingere gli affreschi, che non trova alcun riscontro nelle testimonianze figurative (da Cimabue al Settecento), in cui è sempre rappresentato l'uso di ponteggi piccoli e multipli. L'«entropia inarrestabile del sistema delle amministrazioni pubbliche», indicata da Zanardi è stata ribadita anche da Tomaso Montanari, il quale ha puntato il dito su come tanta stoltezza nella gestione di un simile problema derivi dal «considerare sempre più i nostri capolavori come sciolti da una rete di relazione, ritagliati da un contesto urbano», «oggetti di una spettacolarizzazione che porta alla cecità», a una scissione, a un tradimento culturale, di cui gli Scrovegni rappresentano solo un caso tra i tanti. Anche Salvatore Settis, nel tirare le conclusioni della giornata, ha evocato il dramma di considerare l'Italia un Paese «di eccellenze» e di «emergenze», definizioni che contraddicono l'articolo 9 della nostra Costituzione, dove si parla invece di patrimonio. Gli Scrovegni sono sotto la tutela di ben tre soprintendenze diverse, beni artistici, architettonici e archeologici e questo ne giustifica la gestione disorganica. Sarebbe auspicabile e urgente ristabilire un nesso «tra conoscenza e manutenzione», ma in un'Italia dove si coprono 8 metri quadrati al minuto, dove le periferie invadono i centri storici, l'unico freno a simili disastri è quello della crisi economica, che pone ostacolo al mito arcaico dell'edilizia, caro alle amministrazioni e legato a un'errata concezione di progresso. Lo sciagurato progetto padovano è infatti per ora fermo grazie alla stasi economica e, attendendo tempi migliori per riavviare i lavori, il Comune ha stanziato 100mila euro per indagini sui problemi prima evocati, un'azione che appare una sorta di foglia di fico dell'amministrazione per dimostrare una tardiva sensibilità.