Una volta tanto, nell'arzigogolo normativo in cui brancolano le istituzioni culturali, la sentenza del Tar che ha accolto un ricorso presentato dalla Triennale di Milano arriva come un salubre colpo di mannaia. Una sfrondatina ai rami più intricati di una normativa ormai irragionevole che sta soffocando la cultura italiana. Nello specifico dopo sei anni di contenzioso, il Tar ha in pratica stabilito che la fondazione Triennale, poiché di diritto privato, deve essere esclusa dalla famigerata lista Istat in cui sono state ricomprese altre fondazioni (per esempio la Biennale e il Piccolo Teatro) i cui bilanci farebbero parte integrante del bilancio pubblico e dunque da sottoporre ai numerosi vincoli che si applicano alla pubblica amministrazione, compresi quelli più fantasiosi: imporre a enti che hanno nel proprio statuto lo scopo di organizzare mostre, un taglio dell'80 sul budget delle mostre sembra un modo per chiudere più che per risparmiare. Ovviamente la Triennale, per ottenere un pronunciamento favorevole, ha dimostrato che oltre il 60 dei propri ricavi non proviene da trasferimenti pubblici, bensì da attività privata di impresa. La questione, come si può intuire, non è priva di risvolti. Il Tar, per vie diverse, porta a compimento il disegno dell'allora ministro alla Cultura Walter Veltroni che aveva previsto la trasformazione di alcuni enti pubblici in fondazioni private di partecipazione, con la ratio di poter far loro raggiungere, prima o poi, anche una migliore sostenibilità economica. E questo attraverso lo schema della cosiddetta fondazione di impresa, configurata in modo da poter svolgere attività imprenditoriali e ottenere ricavi utili per perseguire le finalità statutarie di interesse generale. Tentativo poi abortito per la rinnovata e oscurantista ingerenza pubblica. Un piccolo passo, adesso, molto importante per liberalizzare un poco il sistema culturale nel nostro Paese. Un fortunato miracolo per cui ci sentiremmo di consigliare ai ministri della partita, Beni culturali ed Economia, di soprassedere sull'appello al Consiglio di Stato.