Raffaello, Ritratto di Elisabetta Gonzaga della Rovere, duchessa d'Urbino (1502 circa), Firenze, Uffizi (fino al 19 maggio esposta a Padova, nella mostra su Pietro Bembo e l'invenzione del Rinascimento). I quadri sono come le persone. Con alcune è davvero difficile fare amicizia: sarà la faccia, sarà l'espressione, sarà lo sguardo. E con l'Elisabetta Gonzaga di Raffaello è proprio così. Elisabetta era una specie di regina che regnava su un palazzo incantato: quello di Urbino, una città in forma di palazzo. In quella reggia, intorno a Elisabetta e a suo marito (il duca Guidobaldo) si erano riuniti le donne più belle e i poeti più bravi ed eleganti del secolo: e una invisibile barriera di poesia, amore e pensiero sembrò per un poco tenere lontano il rumore delle armi e il potere del denaro. Ma Elisabetta era triste: forse perché non poteva avere bambini, forse perché sentiva che un giorno l'incantesimo si sarebbe spezzato. Quando Raffaello la incontrò, e le dipinse questo ritratto, era ancora giovane. Non aveva ancora capito come si faceva a rubare l'anima delle persone, e ad imprigionarla nei colori: lo imparò, qualche anno dopo, da un grandissimo ladro di anime che si chiamava Leonardo da Vinci. Ma già da questo quadro si capisce che Raffaello sarebbe stato il più grande allievo di Leonardo. L'espressione di Elisabetta è indimenticabile: quello sguardo abbassato un po' dark, un po' emo: come le sue catene nere al collo ce la fa sentire vicina. E poi, come dimenticare il misterioso gioiello sulla fronte, fatto a forma di magico Scorpione, o la veste strepitosa (si chiamava "camurra"), nera come la notte ma accesa da rettangoli d'oro e d'argento (un incrocio tra Klimt e Mondrian), e orlata di misteriose lettere arabe? Se hai la pazienza di conoscerle e di amarle, le persone difficili sanno aprirti tesori insospettati. E accade così anche con la nostra elegantissima e triste Elisabetta. Se non ti fai mettere in soggezione, e ti avvicini più possibile al quadro, dietro di lei scoprirai una delle albe più belle che siano mai state dipinte. Non lo vediamo il sole che sorge, perché sta proprio dietro la duchessa: ma alla nostra destra ecco che la prima luce del giorno bagna una montagna scoscesa. Ora il quadro è a Padova in una delle mostre più belle, morali e intelligenti degli ultimi decenni. Fatevici portare, avvicinatevi al quadro più che potete, e guardate e riguardate quella luce dorata, più vera del vero. È il regalo indimenticabile di Elisabetta, duchessa triste.