A Selinunte sulla collina di Manicalunga-Timpone nero trovati scheletri di bambini e donne. «I pochi corredi funerari trovati avvalorano la tesi che sia una necropoli secondaria» Castelvetrano. È un pezzo di storia e con essa anche il passato degli avi ciò che è riemerso in circa due mesi dagli scavi archeologici sulla collina di Manicalunga-Timpone nero, in un terreno di proprietà della Fondazione Kepha onlus dove sorge il Campus archeologico museale che era già noto come necropoli. Una ottantina le tombe riportate alla luce. Tutte risalgono alla prima metà del V secolo a.C. La necropoli sorge ad occidente dell'antica colonia greca di Selinunte. Gli scavi, la cui prima fase si è conclusa all'inizio della settimana, hanno interessato due aree vicine, due rettangoli il più vasto dei quali misura poco meno di 250 mq. L'altro, invece, si estende per 80 mq. «Le sepolture - spiega l'archeologo Ferdinando Lentini, responsabile degli scavi - le abbiamo trovate a circa un metro e mezzo di profondità, erano tutte allo stesso livello e sono databili alla prima metà del V secolo avanti Cristo, il periodo in cui Selinunte raggiunse il suo maggiore sviluppo dal punto di vista sociale, umano e politico. La necropoli parte da Malophoros e si spinge ad Ovest per quasi tre chilometri e mezzo. Molte sono apparse violate dai tombaroli. Il terreno, in parte di terra rossa argillosa e acida e in parte roccioso, non ha permesso una buona conservazione dei resti umani. Gli scheletri più o meno interi li abbiamo ritrovati soltanto in una decina di tombe. La maggior parte delle tombe era ad inumazione, mentre alcune erano realizzate con copertura alla cappuccina, ossia con un rivestimento di tegole rosse a doppio spiovente». Gli scheletri ritrovati sono di donne, bambini e uomini. Il più "famoso" è diventato quello di "Moscho". Così potrebbe infatti essersi chiamato il ragazzino fra i 12 e i 16 anni accanto ai cui resti, lo scorso mese di novembre, è stato trovato il fondo di un frammento di vaso, una coppa a vernice nera, sul quale si leggeva la scritta. Naturalmente è una ipotesi, come quella dell'età che esami più approfonditi potranno rivelare con maggiore certezza. «Considerato che per la natura del terreno lo stato di conservazione dei resti ossei non è ottimale -aggiunge l'antropologo Roberto Miccichè - abbiamo cercato di registrare quanti più dati possibili già in fase di scavo. Sostanzialmente si è cercato di comprendere la posizione dell'inumato e l'ambiente della sepoltura. Allo stato non è stato osservato un orientamento unitario. Alcune erano a Nord e altre a Sud. Sui crani recuperati abbiamo effettuato rilievi antropologici, inoltre, in laboratorio abbiamo ricostruito, per quanto era possibile, gli scheletri in modo da potere individuare età e sesso dei soggetti. Da ciascuno, poi, abbiamo prelevato un tessuto osseo per una eventuale, successiva, indagine molecolare che potrebbe condurci alla ricostruzione del Dna». Alla ricostruzione di un'epoca di cui si cerca di immaginare usi e costumi contribuiranno di certo anche i resti di ceramica ritrovati nelle tombe. «Sono state poche - afferma l'archeologa Linda Adorno - le tombe nelle quali abbiamo trovato resti di corredo funebre. Ritrovamenti eclatanti non ce ne sono stati. Si è sempre detto che la necropoli era secondaria, cioè che vi venivano sepolte persone meno abbienti, ma i pochi corredi trovati contraddicono questa ipotesi». Filippo Pisciotta è un disegnatore. È lui che in scala 1:10 ha riprodotto i rilievi degli scavi riportando su carta la posizione delle varie tombe e dei resti in esse ritrovati. Non è un lavoro da poco, anzi è una fase di studio utile alla interpretazione finale dell'intero lavoro svolto che dovrebbe proseguire nei prossimi mesi. L'assessorato regionale ai Beni culturali e la Sovrintendenza che ha la supervisione, hanno concesso un periodo di due anni alla Fondazione Kepha onlus per effettuare gli scavi. Margherita Leggio 09022013