Coadiuvata dalle due università napoletane e dalle Soprintendenze: uno dei segni più concreti dati da un'istituzione che si mette in gioco in un momento di massime incertezze. Fino a pochi anni addietro sarebbe stata impensabile anche la sola idea che in uno spazio religioso fossero accolte attività diverse da quelle squisitamente rituali. E invece, aperti i battenti di San Giovanni Maggiore o di San Giorgio dei Genovesi, potremmo trovarci in un convegno d'ingegneri o in una biblioteca. È evidente che tale iniziativa non è ispirata dalla volontà di capitalizzare spazi che si trovano in punti appetibili della città perché, come quelli artistici, i valori religiosi non sono monetizzabili. Gli spazi religiosi, infatti, pur essendo deperibili come le case, le fabbriche, gli uffici, se ne differenziano radicalmente avvicinandosi a quelli naturali. I due universi, umano e naturale, sono simili solo a prima vista: entrambi, ad esempio, sono governati da regole. Ma, come quelle religiose, le leggi del mondo naturale non possono mica essere aggirate. Certo, spesso abbiamo l'illusione di poterne controllare e ritardare gli esiti. Ma la morte non può essere "prescritta" come la sentenza di un processo; neppure una malattia può essere evitata al cento per cento. Le leggi umane, invece, come scrisse negli anni '60 del '900 Jan Mukarovsky, «contengono la pensabilità della loro violazione». Ancora, in entrambi i due universi si produce. Ma, fin dal secolo dei lumi, il medico ed economista François Quesnay sosteneva che l'unica attività creatrice di nuovi prodotti sarebbe l'agricoltura, che li fa crescere e li preleva direttamente dalla natura, mentre tutte le altre produrrebbero solo valori di trasformazione senza creare nulla di veramente nuovo. La natura è distante dall'operare umano, seppure oggi facciamo di tutto per inquinarla manomettendone le risorse o cercando di "migliorare" i prodotti della terra con innesti artificiali. Sia il mondo umano, sia quello naturale creano cose belle e degne d'attenzione. Ma Immanuel Kant notava che, seppure conosciamo la struttura di un organismo vivente o di una roccia, non ne comprendiamo lo scopo, mentre noi umani, qualunque cosa facciamo, ne abbiamo sempre uno ben riconoscibile. Nelle creazioni della natura, dice Kant, sembra che ci sia «una finalità senza scopo»: finalità intesa come espressione dell'universale; scopo come espressione del contingente. Guarda caso: il massimo rispetto per gli spazi naturali è espresso dai popoli nomadi, che nulla posseggono e sono capaci di vedere il soprannaturale anche in una montagna o in un albero. Il mondo capitalistico, che li considera "selvaggi", ne è lontano anni luce. Anche gli spazi religiosi non appartengono ad alcuno in particolare e i fedeli, tendenzialmente lontani da ogni desiderio di possesso come i "selvaggi", li identificano in qualcosa di soprannaturale. Vulnerabili nella consistenza materiale come tutto ciò che è realizzato dall'uomo, questi spazi sono invece autonomi e immutabili nei loro contenuti, esattamente come quelli di natura, in vista di una finalità universale che non può essere compresa con la ragione, ma a cui si può aderire con la fede. Di qui l'idea che un'utilizzazione contingente distinta da quella religiosa possa servire al perpetuarsi e al rinnovarsi di quest'ultima. Pertanto, non bisogna meravigliarsi se, grazie all'iniziativa della Curia, in una chiesa ritroveremo un frammento delle nostre quotidianità terrene, perché anche in queste ultime c'è sempre un'intrinseca religiosità, intendendo quest'ultima non come rifugio in questa o quella pratica rituale, ma come un particolare dono che consente a chi ne è beneficiario di credere fino in fondo in ciò che fa.