Viaggio nelle corsie dell'ex lager della sofferenza chiuso nel '99 Gli oggetti ne fanno un involontario museo della psichiatria NAPOLI «Pregate morte». Parole di «matto», di uno tra le migliaia che hanno consumato la propria esistenza tra le mura dell'ex ospedale psichiatrico Santa Maria della Maddalena, ad Aversa. Sono scritte su un muro e documentano la sofferenza, il delirio, l'abbandono che tanti vissero in quel manicomio. Fu fondato nel 1813, quando Gioacchino Murat era ancora nel Regno e fu battezzato, con involontaria ironia. «Reale casa dei matti». Prima di allora era stato un lebbrosario (in epoca angioina) e poi un convento di frati. L'ultimo residente è andato via nel 1999, 21 anni dopo l'approvazione in Parlamento della legge Basaglia, quella che ha sancito la chiusura dei manicomi. Il tempo, da allora, si è fermato, come cristallizzato in un eterno ed incerto presente di incuria, di abbandono, di incapacità della pubblica amministrazione di tutelare un patrimonio di straordinaria importanza artistica, storica, documentaria. Oggi gran parte dell'ex manicomio, di proprietà dell'Asl, cade a pezzi: tetti semicrollati, medicine di chissà quanti anni gettate alla rinfusa sui pavimenti, cartelle cliniche e dati sensibili, che racchiudono vite e dolori, alla mercé di chiunque. Entrare non è difficile: si oltrepassa una rete, si percorrono poche centinaia di metri ed ecco, come in un film, che scorrono le immagini di un passato che pare riprendere vita. Gli alloggi delle suore, i bagni con le docce ormai arrugginite, l'infermeria. Si cammina su un tappeto di siringhe, di flaconi di medicine ancora pieni e vecchi almeno di un quarto di secolo, di fogli sparsi. «Ventitre giugno 1966», l'intestazione di uno di essi. Formato protocollo, è diviso in colonne. A sinistra i nomi dei farmaci che venivano somministrati: Serenase compresse, Recordil, Adrenoflavum gocce. Sulla destra, in corrispondenza di ciascun preparato medicinale, i cognomi degli internati. Prosegui il percorso ed ecco la «camminata»: un lungo corridoio. Il muro impedisce lo sguardo fuori, se non attraverso finestroni a tre metri di altezza. Si scorgono spicchi di cielo e nubi che volano via veloci, sospinte dal vento. Era lo spazio in cui i matti passeggiavano, la loro ora d'aria. Più avanti, le camerate. Dormivano in tanti, in ciascuna di esse. Ogni porta una feritoia. Ancora più avanti, altri ambienti: documenti accatastati alla rinfusa, verbali di gare di appalto della Usl numero 20, schede del consorzio provinciale antitubercolare di Caserta, che risalgono al 1970. «Prima e dopo la chiusura», racconta Antonio Esposito, un ragazzo che conosce bene la storia dell'ex manicomio e che non smette di stupirsi e di indignarsi, ogni volta che torna qui, «questi spazi sono stati utilizzati anche come deposito di ogni sorta di materiale. Quel che c'era di prezioso è stato portato via, saccheggiato. Tutto il resto, quello che non aveva valore, è rimasto». L'emblema del disastro consumatosi dopo la dismissione del manicomio e nell'inutile attesa che le istituzioni assumessero iniziative per evitarlo è la chiesa della Maddalena. Risale al 1400. «Al 1500», recita la scheda del Fai, che censisce i luoghi del cuore da non dimenticare, «sono riportabili gli affreschi del chiostro, che ripercorrono le vicende della vita di San Francesco, e l'affresco della Madonna con Bambino. Alla stessa epoca datano l'altare, opera di Giovanni da Nola, ed i sepolcri dell'ingresso». Quindici anni di incuria sono riusciti a cancellare mezzo secolo di storia. A chi oggi la osservi, infatti, la chiesa appare come se fosse stata bombardata. Macerie, danni gravissimi all'altare, affreschi deturpati. C'è stato perfino chi ha provato a portarsi via, staccandolo letteralmente dal muro, il dipinto della Madonna con Bambino. Si prosegue, salendo attraverso una scala fino all'ultimo ambiente. Alzi lo sguardo e vedi il cielo, perché il soffitto dell'edificio è ormai crollato in più punti, complici copiose infiltrazioni di acqua piovana. Qui e lì, letti arrugginiti. Chissà perché li hanno portati fin quassù. A terra, lastre di eternit esposte alle intemperie. Ancora: computer di epoche remote, stracci, altre medicine abbandonate. Si scende e si va via attraversando il locale delle cucine, dove si preparava il pane, e ripercorrendo a ritroso stanze, camerate, corridoi spettrali. Fuori ti aspettano la luce, il sole ed una palazzina colorata circondata da un fazzoletto da orti coltivati, galline e due asinelli. E' la fattoria sociale e didattica «Fuori di zucca«. L'hanno realizzata le cooperative «Un fiore per la vita» e «Il Millepiedi», ristrutturando per 70.000 euro uno degli ambienti dell'ex manicomio. Ospitano scuole, realizzano eventi, forniscono catering, promuovono progetti individuali di assistenza e terapia. C'è chi proviene dal carcere e fruisce di misure alternative alla reclusione, ci sono persone con disagio psichico, anziani, minori con situazioni familiari complicate. Riscattano l'ex manicomio, per la parte affidata a loro, dal suo passato di sofferenza e dal suo presente di abbandono.
Ricette, farmaci, scritte disperate. I fantasmi del manicomio d'Aversa
L'ex ospedale psichiatrico Santa Maria della Maddalena, chiuso nel 1999, è stato trasformato in un involontario museo della psichiatria. Gli oggetti che si trovano all'interno, come medicine e documenti, raccontano la sofferenza e il delirio degli internati. Il manicomio, fondato nel 1813, era stato utilizzato anche come lebbrosario e convento di frati prima della sua chiusura. Oggi, gran parte dell'ex manicomio è stata abbandonata e cade a pezzi, con tetti semicrollati e medicine gettate alla rinfusa. Tuttavia, una parte del complesso è stata ristrutturata e adattata per ospitare scuole, eventi e progetti di assistenza.
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